Un pensiero

Il mio pensiero avviluppa il tuo,
è caprifoglio profumato,
vuole giocare, raccogliere fiori,
fare capriole, volare sopra il mare,
conoscere i tuoi ricordi, curioso
dei tuoi desideri.
Il mio pensiero è una coppa in cui colano i colori,
la luce del cielo, le stelle e le comete
con le loro code fatte di pizzi e di cristalli,
magie di carboni di luce, magie di poesia.
Il mio pensiero è birichino,
si è perso nelle tue chiome nere,
nere come il peccato, peccato d’amore
e ti vuole far cadere nelle mie braccia per giocare,
giocare un gioco vecchio come il mondo,
sai quel girotondo che ti fa salire in cielo
per ascoltare un violino suonare,
la dove non esiste confine tra il bene e il male.
Il mio pensiero vuole correre sul tuo corpo
Per assaporare il tuo profumo,
e arricciarsi nella tua pelle che rabbrividisce
non per suoni o parole,
ma per baci d’amore,
che piovono sul tuo corpo
mia farfalla, mia donna nata da un sogno colorato.
torino 26 5 2014

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Il mio nome è Ostasio, Ostasio II da Polenta.

Sono Ostasio II da Polenta, signore di Ravenna, imprigionato in una lapide nella chiesa di San Francesco. E’ il fato che ha deciso che dovevo essere raffigurato con il saio su una lastra di marmo rosso di Verona, con il viso e le mani scolpite in marmo bianco per accentuare la trasformazione del mio essere in un oggetto funebre. Io grande condottiero addestrato alle armi fin da piccolo, Io che ho comandato in battaglia molti cavalieri, abituato a cavalcare con pesanti corazze, maestro con la spada e la picca, avrei voluto essere raffigurato da morto in ben altra maniera, magari in un grande affresco che celebrasse le mie battaglie, che mi proiettasse nel mondo degli eroi. Invece il destino mi ha riservato una sorte diversa. Sono stato sconfitto nella battaglia di Castagnaro dove al fianco di Giovanni Ordelaffi ho guidato le truppe di Verona contro quelle di Padova. Ho perso la battaglia che avrebbe potuto donarmi l’immortalità dovuta agli eroi, la battaglia dove avrei accettato anche la morte in cambio della vittoria. Ma visitatori che guardate in maniera distratta questa pietra tombale, permettetemi di raccontarvi la verità su come sono andate le cose. Il mio è stato un tempo di continue guerre fra i comuni per annettere nuove porzioni di territorio. Le battaglie erano frequenti e le varie Signorie assoldavano capitani di ventura per guidare le truppe nelle guerre. Io Ostasio, in quegli anni, guidavo le armate di Ravenna a fianco e agli ordini di mio cognato Antonio della Scala signore di Verona, alleato con i Veneziani e i signori di Udine. I Veneziani avevano chiesto il nostro aiuto per cercare di bloccare le mire espansionistiche di Francesco da Carrara signore di Padova a sua volta alleato con i Visconti, signori di Milano. Numerose le battaglie combattute, dove i Padovani cercarono invano di conquistare importanti comuni friulani. Dopo un periodo di stallo, riprendemmo la guerra riuscendo ad arrivare fino alle porte di Padova, ma i Padovani frenarono la nostra avanzata e ci costrinsero alla ritirata. Questa vittoria rese euforici i signori di Padova e quindi l’anno seguente decisero di attaccare Verona. La battaglia decisiva è stata combattuta nella zona di Castagnaro. Io Ostasio II da Polenta con Giovanni Ordelaffi eravamo al comando delle truppe Veronesi e Veneziane mentre le truppe di Padova erano sotto il comando del grande condottiero inglese Giovanni Acuto e di Francesco Novello da Carrara, figlio del signore di Padova. Sappiate che è stata una delle più grandi battaglie all’epoca dei capitani di ventura. Era il 11 marzo del 1387, avevo ai miei ordini diretti 1500 cavalieri, e quando la battaglia ebbe inizio lanciammo le nostre armate contro il nemico che incominciò ad indietreggiare. La battaglia sembrava volgere nettamente a nostro favore e Io e l’Ordelaffi pensammo di avere in pugno la vittoria. Invece fu una ritirata strategica voluta da Giovanni Acuto per attirarci su un terreno acquitrinoso. Fece smontare da cavallo i cavalieri della sua Compagnia Bianca, così chiamata perché i cavalieri indossavano una armatura lucente, e li sistemò su un terreno asciutto e ai lati dispose i balestrieri, gli arcieri, e i cannoni. Noi avanzammo ma perdemmo tempo a riempire un canale, che ci separava dai nemici. Quando riprendemmo la marcia gli arcieri di Acuto incominciarono a colpirci con le frecce che uccisero molti nostri uomini mentre i suoi soldati frenavano la nostra avanzata. Le nostre truppe furono prese dal panico e si disunirono. L’Acuto diede allora l’ordine ai suoi cavalieri appiedati di attaccarci e questi si aprirono un varco nelle nostre file. Fu la nostra fine, ormai padroni del campo i padovani uccisero o catturarono la maggior parte di nostri soldati. Eravamo stati sconfitti da Giovanni Acuto che con la sua strategia rivoluzionaria consegnò la battaglia alla storia. L’utilizzo degli arcieri, la finta ritirata e il far scendere i cavalieri da cavallo evitando l’uccisione degli animali, gli permise di disporre di una formazione di guerrieri che avanzavano fianco a fianco e formavano una forza d’urto straordinaria. Io riuscii a riparare a Ravenna dove due anni dopo divenni legato papale. Invece la fama che Giovanni Acuto aveva di essere il migliore capitano in Italia risultò confermata. Adesso è raffigurato nell’affresco di Paolo Uccello nella cattedrale di Santa Maria del Fiore in Firenze e la sua fama è giunta fino al cielo. Potete capire la mia tristezza. Ho combattuto, ho vinto molte battaglie, eppure per coloro che visitano questa chiesa Io sono un frate, non il signore di Ravenna, non il condottiero che ha combattuto la battaglia decisiva. Nessun grande pittore mi ha raffigurato in sella al mio cavallo, nessun scultore ha creato una statua equestre che racconti le mie gesta. Solo ai vincitori è permesso di superare l’oblio e di vivere una gloria imperitura. Visitatori di San Francesco in Ravenna ricordate la mia storia, la storia di un grande capitano di ventura.10257428_1425428951052820_4321235408044556211_n

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La sconfitta di Castagnaro segnò la fine della egemonia degli scaligeri che furono cacciati da Verona dalle truppe viscontee, ma fu una vittoria di Pirro per i signori Carrara di Padova che furono nel 1388 cacciati dai loro domini dai Visconti.

storia di un amore

I miei antenati hanno colonizzato questo mondo tre miliardi di anni fa. Una stella lo illuminava e gli inviava calore e noi siamo stati bravi a sfruttare questa luce, trasformarla in cibo, e nel contempo a produrre un gas che ha contribuito a formare l’atmosfera di questo pianeta. Il nostro mondo era un oceano d’acqua silenzioso con pochissime forme di vita. Come creatori abbiamo ascoltato lo scorrere del tempo, abbiamo visto questo mondo coprirsi di ghiacci, una immensa e unica distesa di ghiacci. Poi il tempo ha sciolto il ghiaccio e nel nostro mondo di acqua qualcosa è cambiato. Ci siamo evoluti e abbiamo visto il nostro sogno, ci siamo trasformati, siamo diventati degli esseri raffinati e perfetti. E noi che abbiamo vissuto un tempo infinito in solitudine abbiamo incominciato a vedere altre forme viventi. Come dei, nel volgere di milioni di anni alcuni di noi si sono trascinati fuori dall’acqua e hanno colonizzato la terra che affiorava, respirato l’aria e hanno incontrato nuove forme di vita. Una in particolare ha colpito l’immaginario dei miei progenitori: una specie capace di ricavare sostanze dal suolo, di rendere la terra abitabile a nuove forme di vita, una specie che non sapeva vivere nell’acqua ma comunque amava vivere in ambienti umidi e bagnati. E’ stato amore a prima vista. Il corteggiamento è durato migliaia di anni: loro ci offrivano del cibo che noi non eravamo in grado di produrre e noi procuravamo loro gli zuccheri essenziali per la loro vita. L’amore sottilmente ci ha sempre più uniti, abbiamo capito che non potevamo vivere senza di loro e un giorno abbiamo deciso che questo amore così travolgente, così profondo era per sempre. I nostri corpi si sono uniti, siamo diventati un unico organismo. Un nuovo essere ha visto il colore della luce, ha sentito il freddo, il caldo, ha saputo colonizzare tutto il pianeta, ha saputo frantumare le rocce e creare terreno fertile per altri organismi, ha permesso la nascita delle piante, dei pesci, degli uccelli dalle piume colorate, delle farfalle, delle rane che cantano alla luna, delle lucertole, dei leopardi, delle lucciole innamorate e per ultimi i creatori di sogni: gli uomini. Niente ha potuto fermarci. Noi nuovi costruttori di vita non siamo stati fermati dalla lava trasparente, da meteoriti, da vulcani, da fiumi di fuoco, da bolle di freddo. Forse sto peccando di superbia nel raccontare questa storia, ma scusatemi le storie d’amore non possono mai essere banali, le storie d’amore hanno bisogno di eroi, di luce, di buio, hanno bisogno di sogni, di solitudini, di tristezze, di gioie, di profondità. Ed Io sono il frutto di questa storia d’amore che dura da seicento milioni di anni e che non finirà fino a che questo mondo vivrà.
Torino 8/ 5/2014
I licheni sono organismi derivanti dall’associazione di due individui: un organismo autrotofo, un cianobatterio o un alga, e un fungo, in genere un ascomicete. I due organismi convivono traendo reciproco vantaggio: il fungo sopravvive grazie ai composti organici prodotti dall’attività fotosintetica dell’alga, mentre quest’ultima riceve in cambio protezione, sali minerali e acqua. Tale forma di vita viene chiamata simbiosi mutualistica.

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ANNO DOMINI 1260

 

Sono un nobile signore. Il mio nome è Manfredo del Carretto. Il mio feudo è piccolo, comprende i castelli di Dego, Cairo e Cortemilia. Le gabelle che impongo alle merci destinate ai porti liguri non mi permettono di vivere nel lusso a cui la mia famiglia era abituata. È stato mio nonno Ottone a dilapidare le nostre ricchezze vendendo i diritti signorili su Savona e Noli. E’ per questo che sono qui sul campo di battaglia, con la mia corazza, il mio cavallo roano, la lancia, la spada alcuni miei armigeri e i miei pensieri. Fra poco le truppe del libero comune di Alessandria ci attaccheranno e io difenderò terre non mie. Sono passato da un campo all’altro in questi anni per poter mantenere i miei diritti e ho combattuto molte battaglie. Si sono un mercenario, ma sono stato sempre dalla parte dell’imperatore e combatto sotto le insegne ghibelline. Ho paura, sudo molto e il sudore inzuppa la maglia che indosso sotto la cotta, e penso che tutto potrebbe finire in un attimo. Il mio braccio è vigoroso, il mio corpo possente, le mie gambe scattanti, il mio cavallo mi ha sempre seguito in battaglia e non commette errori in combattimento. Ma la paura non mi abbandona. Paura del dolore, del sangue, paura di vedere le mie viscere, come serpenti, uscire dal mio corpo, paura di vedere le mie mani che tamponano ferite, paura che la mia testa rotoli sul campo di battaglia. La paura è una parte di me. Ho vicino altri cavalieri, sembrano sereni, credo che non abbiano paura. Invece io ho paura di perdere il ricordo di mia madre e le sue parole che mi accompagnavano di sera per farmi addormentare, i canti dei menestrelli durante i pranzi di corte, i miei primi innamoramenti. Io Manfredo ho cavalcato per piacere, per cacciare con cavalieri arditi, e il mio vestire bellissimo colorava boschi e campagne, così come la mia cavalcata piena di maestria come si conviene ad un nobiluomo. Capite nobili signori perché ho paura? Sono sempre stato diverso dagli altri uomini d’armi. Loro pensano solo al campo di battaglia, alla gloria, al vessillo issato sul torrione del castello conquistato, al rumore sordo delle lame che si incontrano, al sangue, ai contadini sgozzati, all’amore frettoloso e volgare con donne incontrate nelle campagne e violentate, o dame prese con forza con ancora la cotta addosso. No, sono diverso. Ho avuto un maestro di nome Rambaudo, mi ha insegnato a leggere testi antichi, ho ascoltato il suo poetare, il suo cantare composizioni di guerra ma anche d’amore, mi ha insegnato la poesia provenzale, mi ha parlato di terre lontane, mi ha insegnato ad amare il mare, con Lui ho cavalcato e ho imparato ad usare la spada. Perderò questo ricordo se una freccia, o una lancia, o una clava offenderanno il mio corpo. Il cavaliere al mio fianco si toglie l’elmo e beve dalla fiasca, il vino si mescola con i suoi umori, ride sguaiatamente e ci ricorda che stasera avremo dame a disposizione. Se tutto andrà bene voglio solo ritornare al castello di Olmo Gentile e vedere il volto della persona che amo. Si chiama Matilde ed è nata da un ramo cadetto della nostra famiglia, ha capelli biondi e gli occhi azzurri. Quando la guardo i suoi occhi sorridono, anche Lei ama la vita, il canto, la poesia ma anche i banchetti, la cacciagione, gli intingoli, le erbe dell’orto, i dolci, il vino. Lo stendardo sulla mia lancia l’ha legato prima della mia partenza. E’ rosso con un cerchio azzurro che racchiude un liocorno. La porterò sulle mura del castello a vedere le alte colline che circondano il cono su cui sorge il borgo e il maniero, le racconterò di come sono stato bravo in battaglia e di come il suo pensiero mi ha salvato dalle frecce del nemico e così assaggerò i suoi baci e le sue voglie d’amore, sentirò il fremere dei suoi sensi crescere e travolgere i miei pensieri e diventerò l’amante più felice della terra. Mentre questi pensieri mi avviluppano sento il grido di battaglia e le urla dei cavalieri. Lancio il cavallo al galoppo giù dalla collina, la mia picca si infila nello stomaco di un fante che voleva tagliare i tendini al mio animale, con la spada riesco a ferire un cavaliere che mi ha affiancato, sono circondato dal frastuono, dal puzzo della battaglia, dal rumore delle corazze, dalle urla dei feriti, getto a terra due armigeri, ma la freccia di una balestra colpisce il fianco del mio cavallo che si imbizzarrisce, quasi vengo disarcionato, gira in tondo poi si lancia verso le picche dei cavalieri nemici. Una lancia mi colpisce un fianco e vengo disarcionato. Forse sto morendo, vedo masse confuse, il dolore è insopportabile. Il sangue bagna il terreno. Un cavallo sta galoppando verso il mio corpo riverso. Lo percepisco dalla massa scura che avanza. O forse è la morte che sta arrivando. Adesso capite perché avevo paura. Sono l’unico cavaliere che in battaglia ha paura. Anzi che aveva paura. Non sento più dolore, la paura mi ha abbandonato, mi rimangono i pensieri d’amore per la mia dama, per le mie terre, per l’odore del fieno, per le nuvole in cielo, per le stelle, per il colore dei papaveri e dei fiordalisi, per i grappoli d’uva, per il vino. Dove andrò non ci sarà più la paura, la fame, le guerre. Solo il sorriso della mia Matilde. Sono un nobile signore, il mio nome è Manfredo del Carretto. Torino 5 maggio 2014

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                      Paolo Uccello: La battaglia di san Romano