Il mio nome è Marsia

Mi chiamo Marsia e sono un satiro. Sono appeso ad un pino davanti alla grotta da dove nasce il fiume che prende il mio nome. Preciso: è la mia pelle e piccoli pezzi del mio corpo che sono appesi. Apollo, si proprio il dio Apollo, mi ha scorticato. Ed io che sono un semidio non posso morire fino a quando ci sarà qualcuno su questa terra che mi ricorda. Mi ha scorticato perché ho peccato di superbia. E’ questo che mi fa soffrire, il sapere di aver sbagliato. Ma lasciatemi raccontare cosa è successo prima di giudicarmi. Atena un giorno inventò uno strumento a fiato il flauto e prese a suonarlo. Il suono era meraviglioso e al termine di un banchetto su nell’Olimpo, Zeus pregò la dea di suonarlo. Atena accettò di buon grado, la musica era meravigliosa però Era e Afrodite si misero a ridere. Vi immaginate Atena come reagì nel vedere le due dee ridere di Lei? Come una furia lasciò il banchetto e prese a girare tra i boschi. Raggiunto un laghetto si sedette e si mise a suonare. Mentre suonava il suo sguardo si posò sulle acque e subito capì perché l’avevano derisa: per suonare il flauto le sue gote si gonfiavano e si riempivano di rossore. Il suo viso perfetto veniva deformato dal suonare quello strumento. Stizzita gettò a terra il flauto e ritornò sull’Olimpo. Io, il satiro Marsia, ebbi la sfortuna di trovarlo e incuriosito provai a suonarlo. Dopo vari tentativi la musica incominciò a diffondersi nella aria e le ninfe rimasero incantate dal suono melodioso che il flauto produceva. Vi confesso che ho dedicato molto tempo a quello strumento ma giorno dopo giorno diventai sempre più bravo e la musica si diffondeva melodiosa nei boschi. Gli uccelli smettevano di cantare, le bestie venivano ad ascoltare, il vento smetteva di soffiare, le fiere si ammansivano, le ninfe mi donavano baci e carezze dopo ogni esibizione. Ma quando si diffuse la voce che un satiro suonava melodie meravigliose gli umani presero a venire nel bosco per ascoltarmi, e maledetti loro, incominciarono a dire che suonavo meglio di Apollo, che la mia musica era divina e che rendeva reali i loro sogni. Io nella mia infinita superbia non smentii le loro parole, anzi credetti alle loro lodi e vi confesso, che sono ancora convinto di suonare meglio del dio. Apollo, saputa la cosa, venne sulla terra e mi sfidò in una gara musicale. Invece di rifiutare dichiarandomi subito sconfitto, accettai la sfida. Sfidare un Dio! Ma come ho potuto essere così superbo! Apollo dichiarò che se avessi vinto mi avrebbe portato sull’Olimpo innalzandomi al rango di dio, mentre se la vittoria fosse toccata a Lui avrebbe potuto fare di me ciò che voleva. Apollo decise che le Muse avrebbero decretato il vincitore. Suonai in maniera incantevole. Il suono della canna perforata raggiunse il sole colorò i sogni, le acque del fiume smisero di scorrere per ascoltare la mia musica, le nuvole scomparvero, la foresta tremò di gioia, le muse rapite gridarono il loro amore. Ma non uscii vincitore dalla sfida perché Apollo con la lira suonò in maniera celestiale, la sua musica si trasformò in magia e un incantesimo avvolse la terra. Le Muse non vollero decretare un vincitore. La sfida era finita in parità. Naturalmente Apollo non accettò il verdetto e decretò che ci sarebbe stata una seconda prova dove, oltre al suonare, i contendenti potevano anche cantare. IL mio destino era segnato, non poteva che essere Lui il vincitore. Non potevo suonare e cantare contemporaneamente con il mio flauto, mentre Lui accompagnò la musica della sua lira con un canto così soave da far piangere il cielo, e le orecchie delle ninfe e le orecchie dei satiri ascoltavano e nutrivano il suono e i petali dei fiori cambiarono di colore. Venni scorticato e a niente servirono i pianti delle ninfe, dei satiri, e dei fauni che chiedevano pietà al Dio. Dalle loro lacrime nacque il fiume che ora ha il mio nome: Marsia. Se passate presso il fiume percepirete la musicalità delle sue acque. E’ quello che rimane del mio corpo che produce queste note cristalline. Così volle il fato.

il salto dei covoni

L’erba nei prati è alta. Il candore bianco che ha coperto per mesi il mio paese è diventato un verde intenso, costellato di fiori dai colori vivaci. Stiamo pranzando e mia madre mi chiede di andare nei prati, prima che le erbe vengano tagliate, a raccogliere semi di cumino. E’ il periodo della raccolta dei semi per preparare il Kummel. Costeggio il prato per non calpestare l’erba. Accarezzo quel verde, ammiro i colori, sento i profumi. Trovo facilmente piante di cumino in quanto hanno una infiorescenza ombrelliforme con tanti fiorellini bianchi e raccolgo molti semi. Per l’inverno mia madre agli ospiti potrà offrire oltre che il genepy e il serpillo anche il kummel. Il prato si arrampica sulla montagna.  La cosa che mi affascina di più guardando quel mare colorato di verde, di giallo, di arancione e di azzurro è il pensare che fra qualche giorno arriveranno uomini e donne e incominceranno a tagliare con una lunga falce l’erba. E’ un lavoro metodico, gli uomini avanzano salendo su per i prati e in maniera ritmica con ampi movimenti delle braccia alzano e abbassano la falce, uguale a quella che tiene tra le mani la Morte nei quadri, e l’erba tagliata alla base si ammassa al suolo. La falce nelle mani dei contadini fa pensare alla morte ma qui si tratta di vita. L’erba viene fatta seccare sul prato e poi accumulata in grossi covoni e in seguito portata a spalle nel fienile. L’inverno sarà dolce per le mucche che avranno cibo a volontà. Nella semi-oscurità della stalla il profumo del fieno farà loro ricordare l’estate, gli alpeggi, la libertà, le lotte per stabilire chi è la regina e ha quindi il diritto di guidare le altre nei pascoli alti. Ma a noi ragazzi quel prato ha un significato più profondo in quanto rappresenta il punto di incontro dei primi amori. Infatti passato qualche giorno dal taglio dell’erba, i contadini con grandi rastrelli la accumulano creando dei piccoli covoni di fieno alti circa un metro. Le donne faranno meno fatica a caricare, su appositi legni, il fieno per portarlo nei fienili nei giorni successivi. Quei covoni nei campi sono per noi ragazzi una magia. Nella notte si invita la ragazza che ti fa battere forte il cuore a fare una passeggiata lungo il sentiero che costeggia il prato. Si scherza ci si tiene per mano ma arrivati sulla sommità della collina e ascoltato per un attimo il canto del silenzio, si incomincia a correre verso valle a perdifiato; e mano nella mano si saltano i covoni. Naturalmente molti covoni vengono disfatti e immaginiamo già le urla dei contadini, le sgridate delle nostre mamme, ma con nella voce un fondo di invidia perché a loro non è più permesso di farlo. Ma dopo l’ultimo covone ci si lascia cadere nel fieno, gli occhi negli occhi, i fiordalisi sulla fronte della ragazza e le tue labbra subito che cercano le sue. La notte sui campi ti culla, percepisci Il profumo dell’erba, il profumo della ragazza, il battito forte del cuore e la luna, le stelle riempiono la tua mente e ti sembra di essere in paradiso. Anzi sei in paradiso, sei un signore grande che ha il mondo nelle mani, hai volato, hai pensato, hai baciato, hai provato a diventare adulto. E sai che il gioco dell’amore continuerà dopo quando il fieno verrà portato nei fienili per farlo seccare completamente e per stoccarlo. Li il giocare toccherà vette alte di ebbrezza: si va con le ragazze nel fienile si sale al piano superiore dove ci sono le balle di paglia e poi si salta giù nel fieno. E’ un grande tuffo sembra di tuffarsi nel mare, si affonda in quel morbido cuscino e subito dopo si cerca la compagna per un gioco condotto senza conoscere le regole con l’infinita ignoranza di cosa si deve fare. Non solo le labbra accarezzeranno altre labbra ma anche le mani proveranno piaceri strani, sentirai il vento nel tuo cuore e diventerai per qualche attimo il signore del creato. Non stelle in cielo, ma occhi da fissare, pelle bianca da accarezzare, provare il gioco sottile dei sentimenti, è una metamorfosi la tua e niente sarà più importante di questo nella tua vita, sei come la farfalla che esce splendente dal bozzolo e felice vola. A casa La mamma capirà tutto, perché il tuo maglione ha frammenti di fieno e sarà un po’ triste al pensiero di questo figlio che cresce. Questo mondo è bellissimo.

Ghigo di Praly, giugno 1966                                         Enrico garrou

Anni fa tutto accadeva in armonia con la natura. Adesso il mio mondo è cambiato. Per questo scrivo quanto ricordo della mia infanzia come testimonianza di un tempo finito.

Il mio nome è Ruggero, Ruggero Bacone.

Il mio nome è Ruggero, Ruggero Bacone. Sono un frate francescano e mi trovo imprigionato in questa fredda cella per una accusa ingiusta, malvagia. Persone del mio stesso Ordine mi hanno accusato di stregoneria. Era verso sera, le ombre si allungavano sul pavimento a Oxford, stavo raccontando ai miei studenti del pensiero di Aristotele, del perché un oggetto tenda ad evolversi in un certo modo e non diversamente. E tra di me pensavo che il maestro era mal tradotto e ignorato dalla chiesa, quando entrarono nell’aula due dignitari e guardie armate e mi invitarono ad uscire. Sono stato condotto in questo edificio e rinchiuso in questa stanza fredda, con un letto e un buiolo. Mi portano regolarmente da mangiare, non patisco il freddo dell’inverno e sono riparato dalla neve che sta cadendo. Non mi hanno rinchiuso in una cella delle prigioni reali, dove sarei morto in poco tempo, per il mio stato di ecclesiastico. L’accusa di stregoneria o meglio l’accusa di diffusione di idee dell’alchimia araba è una accusa infame. Non sono uno stregone, ho solo approfondito studi sulle scienze naturali. Le menti del mio tempo credono che in natura tutto avviene per grazia di Dio o in sottordine per ordine dell’Imperatore, e la potenza e la grazia divina si sviluppano attraverso il miracolo. Non sono forse miracoli, gridano nelle chiese i teologi: il fulmine che incendia le case, la pioggia, la neve o il sorgere del sole, o la guarigione di un ammalato? Le masse del popolo sono bramose di miracoli e i miracoli da contemplare non sono mai abbastanza. Io francescano credo profondamente in Dio creatore ma sono convinto della verità di Giovanni de Dondi che scrive che in ogni cosa della natura esistono fatti meravigliosi che non sono miracoli ma superbi fenomeni che l’uomo con il suo intelletto e pensiero può studiare. Ecco perché, io Ruggero, credo fermamente in Aristotele e Alla sua esperienza. Lui afferma che l’uomo è quotidianamente circondato dai miracoli ma se acquistiamo familiarità con essi molte cose perdono l’aspetto meraviglioso, miracoloso e incomprensibile, diventando fenomeni spiegabili. E cosi non ci spaventiamo più, possiamo cercare di spiegare le cose. Ma perchè è così terribile studiare e capire la natura e i suoi miracoli? Quelli che mi hanno imprigionato ricercano quotidianamente i miracoli, sfruttano i miracoli inventati, non per studiarli ma per usarli e così ingannare il popolo e procurare denaro per le loro chiese.

E’ vero che ho cercato un a pozione per rendere immortale l’uomo, questo lo confesso, ma scusate se i serpenti i cervi e le aquile prolungano la loro vita con erbe e pietre perché non possiamo studiare questi fenomeni per aiutare l’uomo? Ma non voglio raccontare o parlare con i miei confratelli del mio pensiero perché altrimenti verrei subito mandato al rogo. Nel futuro dell’uomo vedo che si arriverà a costruire macchine capaci di spingere grandi navi molto più veloci di quelle spinte dai rematori e bisognose solo di un pilota chele diriga. Arriveremo a imprimere ai carri incredibili velocità senza l’aiuto di alcun animale. Arriveremo a costruire macchine alate capaci di sollevarsi nell’aria come gli uccelli. Questa è la mia visione. Mentre faccio questi ragionamenti sento delle voci allegre fuori dalle mura che mi imprigionano. Mi affaccio alla finestra della stanza e capisco il perché di questa allegria. Nobili dame e nobili signori stanno giocando e si lanciano palle di neve. Il manto nevoso copre la campagna e abbellisce le piante. Le nubi si stanno diradando e si intravede il sole. Le palle volano in cielo e poi si abbassano. La terra è rotonda come la palla di neve che quella donna riccamente vestita sta tirando al signore. Il mio maestro Aristotele scrive e dimostra che la terra è rotonda ma quasi tutti affermano che invece è piatta. Questo è ignoranza, quasi tutti i religiosi non vogliono conoscere la verità e preferiscono il racconto e la leggenda, alla filosofia e alla conoscenza. Ma il mio sguardo è sempre più attratto dalle palle di neve che volano in cielo e improvvisamente penso: e se la terra non fosse immobile al centro del cielo ma ruotasse intorno al sole? No, non posso pensare a questa cosa, certe volte la mia mente esagera nelle sue visioni. Questo si che è un pensiero che, se rivelato, porta alla morte. Meglio guardare il gioco dei nobili e gustarsi la vita che scorre.

Torino 16 marzo 2014                                                                          Enrico garrou

Questo racconto nasce dopo aver visto questo quadretto nella vetrina di un antiquario a Bressanone. Sono rimasto colpito a pensare che nel medioevo si giocasse con le palle di neve. Ma è vero che il gioco è nato con l’uomo.

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Nascita della ninfa Anthea

L’incantatore pazzo, signore dei sogni e delle follie, un giorno, non sopportando il peso della solitudine si recò nella foresta incantata ed incominciò a fare mirabilie. Vennero I tassi e gli scoiattoli, vennero i cinghiali e gli ermellini, vennero i carabi signori della terra, vennero i serpenti capaci di grandi desideri, per osservare le sue follie. Lui fece cadere il rosso nel blu del cielo, rese trasparente il profumo dei fiori e costruì un altare di cristallo nel mezzo della radura. Subito arrivò il vento sul suo carro incantato, piegò le piante, si infilò nelle fessure, svegliò gnomi e fate e sibilando chiese a cosa serviva l’altare. L’incantatore spiegò che l’altare era per una ninfa così bella, ma così bella da offuscare il sole. Rise forte il vento e tutta la valle tremò, ma l’incantatore continuò il suo sogno. Venne il pastore della foresta ed ebbe la stessa risposta. Se ne andò borbottando, chinandosi ogni tanto per accarezzare i piccoli pini che crescevano, per sussurrare parole d’amore ai muschi, per parlare di sole alle foglie. Passarono i giorni, i mesi, e l’incantatore era sempre lì, fermo vicino all’altare con i piedi affondati nel terreno, i vestiti marci di pioggia, le membra secche come i rami degli alberi, santo in una foresta di santi, vibrante di magia, sudato come il peccato.

 Lei si autocreò rubando il pensiero che giorno dopo giorno le veniva srotolato dal sogno, succhiando l’amore che l’incantatore le donava. Bella, morbida come i desideri, leggera come le piume, stupita come le montagne, con la pelle bianca come la neve, gli occhi colorati come i boschi, i capelli pieni del nero del cielo, stellata come una calda estate. L’incantatore sorrise, l’aiutò a scendere dall’altare e le mostrò il creato. Ogni personaggio della foresta rimase incantato e lodò l’incantatore per quanto aveva creato. Le fate aumentarono il loro chiaccherio ammirate; i serpenti le vollero donare subito il frutto del peccato, gli gnomi cercarono sulla luna una pietra preziosa per farne un anello da metterle al dito, il pastore dei boschi le donò un vestito raffinato fatto con i licheni, il vento le portò il fruscio sottile dell’innocenza e le piante fecero una danza per coprire di riso le sue labbra. Ma il sole, il sole rosso d’amore, la volle tutta per se e afferratala per i capelli la portò sul suo carro e fuggì.

L’incantatore pianse forte e la sua malinconia era così grande che i fiori non aprivano più i petali e le farfalle non volevano più volare. Ogni mattina supplicava il sole di restituirle la ninfa ma questi era irremovibile e con la bella al fianco, si alzava in cielo sul suo carro d’oro.

Per giorni e giorni l’incantatore pazzo combattè contro i ricordi, contro le ossessioni, uccise i colori negativi, si avviluppò in quelli positivi, pianse, gridò e alla fine seppe. Uscì dal torpore gridò la sua gioia e incominciò a preparare l’incantesimo. Cancellò con spugne d’oro le stelle e la luna e creò un buio feroce che imprigionò il sole e così potè salire sul suo carro e riprendere il frutto del suo amore. Pianse il sole, pianse e chiese perdono all’incantatore. Gli fu concesso il perdono e il buio svanì. Le piante ripresero a parlare, gli animali a giocare, gli uomini a lavorare.

Lui porto la ninfa nella radura la baciò, le disse parole d’amore e entrambi non capirono più dove fosse il cielo e la terra, quale fosse il bene e il male, l’albero dell’amore coprì il cielo, alcune stelle caddero, il mare urlò forte e il vento fece crollare diverse montagne. La bella seppe di essere amata, seppe che l’incantatore era la sua vita e si addormentò felice.

Torino 6/3 /2014

Le ninfe erano bellissime ragazze che si dice terrorizzavano i viandanti che attraversavano i boschi. Ma alcune erano ninfe “buone” e donavano protezione e passione ai forestieri. Le più famose erano Callisto e la sorella Anthea. Il 23-3-1987 avevo scritto una poesia su un incontro tra la ninfa Anthea e un sognatore. Ho ripreso questa poesia e l’ho rivisitata per raccontare questa storia d’amore. E’ nato questo racconto giocato molto sulla musicalità delle parole in onore di Anthea.

Fiaba

C’era una volta un sognatore che si innamorò perdutamente di una donna bellissima che aveva incontrato in uno dei suoi mille sogni. L’incontro era avvenuto sulle rive di un lago circondato da montagne ricoperte di neve e con due paesi collegati da un ponte coperto. Lei era vestita di bianco e dava da mangiare a dei cigni e dopo averlo salutato e gli aveva chiesto se anche a lui piacevano gli animali. “Ma certo, disse l’uomo, amo follemente i cigni” e lei gli diede del pane da gettare a quei bellissimi volatili. Presero a parlare piacevolmente della neve sulle montagne, che contrastava con il verde del prato e il blu dell’acqua del lago, ma ecco che improvvisamente emerse, circondato da spruzzi d’acqua, un uomo nudo, alto, molto bello ma spettrale che prese a gridare e a gesticolare mentre si avvicinava alla riva e tutti i cigni volarono via. L’uomo sempre borbottando si rituffò nel lago e scomparve alla vista dei due. La donna sembrava molto turbata e spaventata e il sognatore allora la prese per mano, la tranquillizzò e la accompagnò sul ponte dove ripresero a chiaccherare; lei parlava dell’amore per i candidi cigni e lui la ascoltava rapito. Ad un certo punto la donna gli mise le mani sulle guance e gli diede un bacio. L’uomo era felice la abbracciò e si misero a ballare facendo scricchiolare le assi del ponte. Dopo il ballo però, lei divenne leggera e il suo corpo prese a svanire fino a sparire. L’uomo pianse disperato e si svegliò coperto di sudore. La sera dopo cercò di ripetere il sogno si ritrovò sul prato dove erano spuntate piccole margherite bianche, delle viole, i cigni e il lago, ma lei non c’era. La cosa si ripetè per diverse notti e il sognatore era sempre più disperato ma una notte le apparve di schiena, vide i suoi capelli neri e il suo cuore prese a battere più forte. “Ciao, Ti ricordi di me?” chiese l’uomo. “Si mi ricordo benissimo di Te ma noi due non dobbiamo più incontrarci” disse la donna. “Perché” chiese con tristezza il sognatore. “Sai” disse la donna “l’uomo che esce dal lago è un mio spasimante, morto per conquistarmi e adesso mi tiene imprigionata in questo mondo”. Ma è una storia triste e non voglio annoiarti. L’uomo La supplicò di raccontargli tutto e lei senza guardarlo negli occhi parlò: “Anni fa, mio padre, Signore di questi luoghi, voleva assolutamente che mi sposassi ma io dicevo sempre di no a tutti i cavalieri che mi venivano presentati. Un giorno sfinita per le sue insistenze gli dissi, sapendo che era una cosa impossibile, che avrei sposato colui che fosse riuscito, cavalcando un montone, ad attraversare il lago da una sponda all’altra. Mio padre fece emettere subito il bando dove c’era scritto che colui che avesse attraversato il lago sulla groppa di un montone avrebbe ricevuto come premio la mano di sua figlia. Il giorno della sfida, fin dal primo mattino, un folla enorme si era riversata sulle rive del lago. E naturalmente c’erano i poeti, giocolieri, i cantori che cantavano storie d’amore, i narratori di prodigi, i saltimbanchi gli affabulatori, i falconieri, i ladri, gli imbonitori i maghi. I nobili dei due paesi presero posto su una tribuna in legno, e poi arrivarono e vennero presentati tra le grida di gioia del pubblico, i pretendenti: principi, baroni, nobili e anche qualche signorotto del posto e la gara ebbe inizio”.  La donna continuò “Come puoi immaginare cavalcare un montone è una cosa difficilissima, pensa fargli attraversare un lago con in groppa un uomo. Molti, fatti pochi metri, caddero disarcionati nelle acque fredde del lago e furono tratti a riva tutti intirizziti, qualcuno riuscì a percorrere più metri ma alla fine il freddo faceva barcollare il montone e il cavaliere scivolava in acqua mettendo fine alla sua tenzone”.  La donna abbassò il tono della voce “Per ultimo, annunciato da un corvo, arrivò un signore giovane, alto, bello, vestito con giacca e pantaloni di velluto nero, capelli neri, ti confesso che sul momento fui colpita dalla sua bellezza, dal suo incedere, dalla sua sicurezza, anche se era silenzioso e un po’ sinistro, nella destra una corda al cui capo era legato un montone grandissimo, dal vello immacolato e folto, che accettò la sfida lanciata da mio padre. Il montone si mantenne calmo quando il cavaliere lo montò e assieme si avviarono nelle acque del lago. L’entrata in acqua fu lenta e sicura, e il montone prese a nuotare con forza senza scrolloni, guidato magistralmente dal giovane signore. La gente incitava a gran voce, e le donne gridavano perché già innamorate di quel signore. A metà lago la gente era ipnotizzata dall’incedere sicuro del montone e la folla ne era estasiata. Insomma riuscì a raggiungere la riva e fu portato in trionfo fin da mio padre che lo dichiarò vincitore. Il fato mi aveva dato uno sposo. Non sapevo chi era: se era un dolce compagno, se era un tenero amante o un cattivo e violento padrone, ma così aveva voluto il destino. Aveva un difetto però che divenne evidente ai miei occhi quando, vantandosi davanti alle dame, disse che avrebbe ripetuto la prova. Le urla raggiunsero il cielo, i nobili gridarono che non avevano mai visto uomo più coraggioso i preti gridarono al miracolo, le donne piansero al pensiero che qualcosa poteva succedere al loro eroe. Il cavaliere e il montone si lanciarono nelle acque, avviluppati dal calore del popolo. Non ti sto a raccontare cosa pensai della follia di quel uomo e infatti a metà esatta del lago, come un segno del destino, il freddo bloccò le agili ma ormai stanche zampe del montone facendolo inabissare lentamente tra le acque del lago, trascinando nella morte anche il mio futuro sposo. Il silenzio cadde di colpo e si riuscì a percepire solo alcune parole del giovane: “Principessa tu sei mia e di nessun altro!”.  Era vero, forse lui era un mago, perchè un sortilegio grandissimo cadde sul mio bellissimo paese, la gente scomparve così come  la mia famiglia, i nobili, i poeti, le dame, le donne del popolo, i bambini, gli infermi, tutti. Rimasi sola qui sulle rive di questo lago. E da molti anni che sono quaggiù , ogni tanto mi viene a trovare qualcuno capace di sognare, ma fugge subito spaventato dall’uomo del lago. Se porgi lo sguardo vedrai una macchia bianca sul fondo: è lui e il montone, monumento alla sua follia”. Rimasi senza parole, i miei occhi si riempirono di lacrime perché non sapevo come liberare dall’incantesimo la mia dama. Gli raccontai del mio amore per lei, del mio volere liberarla, a costo della mia vita, da quel sortilegio. Lei allora fissandomi con i suoi dolcissimi occhi disse: “sai perché non volevo sposare nessuno? Perché ti aspettavo. Non sapevo se avrei incontrato un uomo alto o piccolo, bello o brutto, ma sapevo che saresti arrivato magari dopo un giorno o dopo mille anni, sapevo che le tue parole sarebbero state per me miele, sentivo le tue labbra morbide come genziane sulle mie, le tue mani farfalle sul mio viso, sul mio corpo, sul mio domani. Assieme ci saremmo scambiati desideri, profezie, racconti, incantesimi d’amore, cose tristi e cose allegre, insomma noi ci saremmo scambiati emozioni. Ma se tu mi vuoi devi vincere l’uomo del lago, sfidarlo ma è un’impresa impossibile come andare da una sponda all’altra del lago per due volte cavalcando un montone.” L’uomo era affranto ma percepì che la sua vita non avrebbe più avuto uno scopo senza la bellissima dama e allora si alzò in piedi si avvicinò al lago e dalla riva prese a sfidare il rivale. Il sognatore gridava fortissimo ma tutto taceva. All’improvviso un fulmine solcò il cielo, le acque crearono un vortice, davanti all’uomo si spalancò un pozzo profondo e Lui si ritrovò a volare dentro a quel buco senza fine. Scese fino ai confini della sua immaginazione e si ritrovò in un prato illuminato da un pallido cielo: un ragno enorme, crudele nel suo velluto di morte, lo assalì. Il sognatore prese a combattere: la paura stringeva il suo cuore, ormai il mostro era sopra di lui, ma il suo grido silenzioso fu ascoltato. Nelle mani stringeva una lancia argentata e il mostro fu ucciso. Ma ecco apparire l’uomo con le sembianze del toro. Il sognatore combattè contro i ricordi, contro le ossessioni, uccise i colori negativi, si avviluppò in quelli positivi, pianse, gridò e finalmente l’uomo scomparve. Il rosario del tempo fu sgranato mille volte ma alla fine il sognatore riprese a salire verso la superficie del lago. Il rivale era stato sconfitto. Uscì dall’acqua, abbracciò la donna, si sdraiò sul prato e si addormentò stremato. Quando riaprì gli occhi era nel suo letto e la sua mano sfiorò il corpo che riposava accanto a lui e capì che sarebbe stato per sempre felice.

Torino 4 marzo 2014

Ho scritto questa fiaba riallacciandomi alle storie che si tramandavano a Ghigo di Prali, in modo particolare a quella che narra la storia del perchè in un lago (Noi lo chiamiamo lago dell’uomo) si intravede sotto la superfice dell’acqua una massa biancaCigni (2)

storia di un ricordo

 

Ricordi amore,

tutto è incominciato per colpa della mia mano

che si è posata, uccellino impazzito ,

sul tuo braccio.

Il tempo si era fermato nella mia mano.

pietre preziose furono create,

 semi germogliarono ,

e nuvole danzarono in cielo.

Il mio sguardo ha indugiato sulla tua pelle,

sul corallo delle tue labbra,

sulla linea perfetta del tuo naso.

Ma è stato il tuo profumo che mi ha afferrato

E fatto si che le nostre labbra si sfiorassero.

Profumo di bosco, di legno,

di acqua che scorre, profumo di neve, di mele, di sole.

Io non volevo, ma i tuoi occhi ridevano, e mi sfidavano,

mi invogliavano ad accarezzarti

e  il tuo profumo ha liberato l’amore

che riposava nelle mie mani.

E così ho cercato parole sulla tua pelle,

mi sono cullato nelle tue fragranze,

 ho percorso prati di viole in una estate che stava per arrivare.

Le tue ciglia mi hanno solleticato

e pensieri che non conoscevo sono stati liberati.

Non è stata colpa mia. Sai dopo ho mandato i miei guerrieri

A cancellare ogni traccia di peccato.

Non è stata colpa mia,

ma il leggero volare del tuo sguardo

e quel tuo profumo che mi ha  incantato .