Il grande bisonte bianco

Ho perso la cognizione del tempo perché il mio cervello è impegnato nella ricerca della preda. La neve è caduta copiosa, tanta neve sul suolo, sulle piante. Neve soffice, leggera. E’ un mondo bianco. Al mio passaggio si alzano cristalli di neve che il sole rende luccicanti come stelle. Non ho pensieri tranne l’ossessione per la preda, e la consapevolezza del mio corpo perfetto che non sente stanchezza, in perfetta armonia con il movimento degli arti. La felicità per questo stato di grazia mi pervade e sto volando su questo manto bianco. Odore di neve, di resina dei larici e degli abeti, e molecole del profumo della preda. Forse è solo la mia mente che immagina la sua presenza. No, so che si trova lungo il sentiero che sto percorrendo. Nella mente mi ripeto un mantra: sono Manitù, il grande bisonte bianco. Niente può fermare un dio nella sua caccia. E volo, volo in mezzo ad una abetaia. Ogni tanto i rami lasciano cadere masse di neve. E’ un suono armonioso, lieve, neve così leggera che cade e si distende subito. Cristalli di luce impalpabili come i miei pensieri. Entro in una radura: una lepre lascia leggere tracce mentre cerca una via di fuga. Non sei tu che cerco, la mia preda è molto più grossa, leggiadra, così importante da meritare l’attenzione da parte di un dio. Si sono il bisonte bianco, ora ne sono consapevole. La radura è presto superata e attraverso un piccolo bosco di faggi. Così spogli con foglie secche ancora attaccate ai rami e fili di neve che li coprono. Sopra le piante un filo di fumo. Presenza di abitazioni, di camini di caldo, di cibo. Ma non ho freddo il mio corpo è perfettamente isolato dal gelo esterno e non patisco la fame. Sono così eccitato dalla caccia che non provo altri stimoli. Passo veloce tra grossi pietroni semi-sommersi dalla neve. Cumuli che escono fuori dalla distesa bianca. Sono come pensieri puri che affiorano dal vuoto della mia mente. Cercano di crescere ma rimangono dove sono a giocare tra loro, senza prendere coscienza e attenzione da parte mia. Il fiato si condensa, diventa una nuvola che subito scompare per apparire un istante dopo. Va veloce, con passo regolare, tutti i tuoi muscoli sono in movimento, la tua falcata è regolare, va che la preda si sta avvicinando, mi ripete una voce nella mente. All’inverso c’è un villaggio. Case in pietra, travi robuste per sopportare un tetto di lose carico di neve. Passo su un piccolo ponte in legno che scavalca un torrente gelato. L’acqua scorre sotto lo strato di ghiaccio, coperto da neve, ma ogni tanto affiora in piccole pozze, laggiù dove il sole è riuscito a vincere il freddo e a farsi strada. Bolle si formano e scompaiono al passare della corrente sotto una lastra di ghiaccio sottile e trasparente come il vetro. Sul villaggio volano alcune cornacchie. Emettono un grido fastidioso. Forse vogliono spaventare gli abitanti del villaggio gridando con la voce rauca che qualcosa di brutto sta per capitare al loro mondo, o forse bisticciano tra loro. Uccelli strani le cornacchie, il loro saltellare, quel muovere la testa da un lato per guardarti in modo beffardo. Sono più simile all’aquila, il suo volo è lento, alto, ha la capacità di osservare le cose con distacco. Ma cosa penso mi chiedo, sono un dio e gli dei non possono fare e avere preferenze. Per un attimo non ho pensato alla preda, un pensiero è riuscito a bucare il vuoto della mia mente e a distrarmi dal sottile gioco della caccia. Eppure adesso percepisco l’odore della preda con più forza. Non è molto lontana. Il suo corpo emette molecole che il vento consegna al mio olfatto. Continua la rincorsa, sono veloce, il mio corpo risponde perfettamente alle sollecitazioni del terreno, io sono il bisonte bianco, io volo sopra la neve, stasera stregoni indiani festeggeranno la mia vittoria e danzeranno in mio onore. Ecco la mia adesso è una danza su un palcoscenico bianco, gli abeti hanno lasciato il posto a qualche larice, e posso vedere chiaramente un punto scuro davanti a me. Sto raggiungendo la preda, sono stato bravo nella mia corsa, ma devo ammettere che la neve farinosa mi ha avvantaggiato. Riprendo coscienza del mio stato. Non sono un bisonte, non sono un dio, ma un ragazzo felice che scivola su un paio di sci da fondo, adesso riconosco, non la preda, ma la persona che il mio cuore ama ma non so se ricambiato, che scivola con eleganza sugli sci. La pista è perfettamente battuta affianco Simona, ci fermiamo lei mi gratifica di uno splendido sorriso, i suoi occhi ridono, ha le guance arrossate, è così bella che vorrei abbracciarla, trascinarla sulla neve, giocare con lei, baciarla. Ma riesco solo a dire: “Ciao, sono felice di averti incontrato, facciamo l’ultimo tratto di pista insieme?” Accetta. E pensare che pochi istanti prima ero un dio e adesso sono solo un giovane ragazzo innamorato. (Ghigo di Prali, gennaio 1988)
Enrico Garrou

Cantico per la dea madre

La grande dea madre, ricamatrice del tempo,

con gambe velluto e sesso arabesco piumato,

sesso divino, alzò il grande manto nero

e colorando il suo corpo con il suo seme,

partorì, dove il buio era più profondo,

stelle luminose.

Incessantemente il suo Utero,

pizzo ricamato dal grande volere del nulla,

erede dell’eternità,

creatore di se stesso e da lui generato,

riempì di luce il nero e il viola.

I seni melograno, allattavano galassie e spirali

e il tempo divenne musica.

La dea madre dopo aver popolato l’universo

si fermò e guardò stupita la sua opera.

Venne il dio vento e portò piume e serpenti

dagli occhi rubino, in onore della dea madre.

Venne il dio fiore e colò nel sogno

il viola del mistero e il ciclamino della vita.

Venne il dio falco e pose occhi grandi

nel centro dell’universo e gridò forte il suo credo.

Venne il sognatore e il creatore di pitture e sculture,

venne colui che mescola l’amore e il cielo si riempì di regali e di vita.

Venne il mago e fece magie grandi

e tutte le stelle sorrisero.

Goccie d’acqua bagnarono la creazione

della dea madre e Lei, con mani stellate,

mescolò il suo cuore con il sole.

Ghigo di praly 29, 9, 83

 

Madrigale d’estate

Per San Valentino un frammento da “Madrigale d’estate” di Federico Garcia Lorca

….Profumano i tuoi baci come profuma il grano

secco dell’estate.

Offuscami gli occhi con il tuo canto.

Lascia la tua chioma

distesa e solenne come un mantello

d’ombra sopra il prato.

Dipingimi con la tua bocca insanguinata

un cielo dell’amore,

su uno sfondo di carne la violacea

stella del dolore.

Il mio Pegaso andaluso è prigioniero

dei tuoi occhi aperti;

volerà desolato e pensieroso

quando li vedrà morti.

E se anche non mi amassi ti amerei,

per il tuo sguardo ombroso

come l’allodola ama il nuovo giorno,

solo per la rugiada.

Unisci la tua rossa bocca alla mia,

oh Estrella la gitana!

Lasciami sotto il chiaro mezzogiorno

consumare la mela.

federico Garcia Lorca

 

 

Notti veneziane

La luna piena di Ferragosto che luccica sul bacino di San Marco facendo un po’ a gara con le luci degli ormeggi delle gondole, i due gondolieri seduti sulla panchina che parlano fra loro sorseggiando una birra, aspettando clienti nella sera tiepida. E poi quell’altro mare, quello ondeggiante dei turisti che riempiono le rive ed i ponti, che si bevono la poesia di San Giorgio illuminata, proprio li di fronte, che tentano improbabili foto notturne alla luna col flash delle fotocamere compatte, forse ipnotizzati dalla musica che arriva dai locali della piazza. Musica sobria, per carità, rigorosamente “evergreen”, suonata da orchestrine molto, molto distinte, all’altezza di locali da 50 euro per un caffè o giù di li. Ci sono anche i ragazzi di Prévert, quelli che si amano, quelli che “si baciano in piedi contro le porte della notte”.

2 - Plenilunio 1 9 - I gondolieri 2 15 - San Giorgio 1 21 - Orchestrina 4 28 - I ragazzi che si amano

E’ perfetto! (o “?”) Mah! Indubbiamente suggestivo, ma chissà perché mi sembra solo una scenografia ben concepita: manca il silenzio, manca la magia; è come se mancasse l’essenza stessa, quella misteriosa, di questa Venezia. Quell’essenza della quale solo un pallido riflesso appare negli occhi vuoti delle maschere “veneziane”, ma rigorosamente d’importazione, esposte a decine sulle bancarelle di souvenir.

Già va meglio fra i ragazzi di Santa Margherita che ci siedono intorno sui bassi scalini e con cui passiamo parte della notte ridendo, mentre impazza un fasullo carnevale fuori stagione, scambiando storie e memorie, assaporando gioia e spensieratezza.

35 - Scegliendo la maschera 2 84 - Bassi scalini 73 - Carnevale fuori stagione 1 93 - Il cancello della notte 108 - Rules for a different reality

Quanto sono belli con la loro gioventù, quanto sono scintillanti quegli occhi ancora curiosi e avidi di sogni! Magia è la sintonia che si crea fra loro, ancora giovani fuori e noi che – un po’ meno veloci a rialzarci dal basso scalino – riusciamo con loro a guardare al domani, parlando lingue sconosciute e non scritte, strutturate in una sintassi di entusiasmi, turbamenti e speranze. Riconoscono, sanno comprendere e sanno farsi comprendere quando sentono (e fanno sentire) che il cuore non ha l’artrosi, che l’animo ancora anela al Mistero.

Ma è camminando di notte, lungo canali silenziosi, lungo calli sconosciute al flusso turistico, dove si affacciano cancelli messi li a separare non un luogo, ma il tempo, che si inizia a sentire la magia di Venezia. So che è oltre l’orlo di queste notti che geni alati scrivono le regole per realtà differenti.

115 - Virus x life 4 24 - Guarda che luna 1 111 - Zombie 83 - La botte è piccola per noi.... 32 - Maschera

Mentre un gigante nudo cammina verso un’iride gigantesca che sembra volerlo divorare, una coppia segna a dito la luna. Lo zombie dinoccolato che sta camminando davanti a me si disarticola la cervicale e intanto due ragazze sedute sull’orlo di una botte finiscono la loro consumazione.

97 - Venetian style 2 44 - Il dottore della peste 98 - Ingresso sul Canal grande 100 - Casanova Hotel 109 - A Venezia è sempre carnevale!

Quando incontro le maschere, quelle vere – quelle che sono vere solo di notte – non hanno più gli occhi vuoti: attraverso quelle fessure viene incontro il fruscio dei costumi delle dame immerse in un quasi perpetuo carnevale, che è riuscito a scacciare i fantasmi degli appestati negli angoli più remoti della laguna e a trasformare in maschera irrisoria anche il “Dottore della peste”.

Dalle ampie finestre del palazzo aperte sul canale e sul campo antistante giunge soffuso l’eco di un minuetto che si mescola con la risata argentina della ragazza del popolo intenta ad amoreggiare nel basso di fronte (altra magia veneziana la convivenza da sempre fianco a fianco di nobili e popolani).

Ed è camminando in questa ipnosi atemporale che arrivo di fronte al palazzo della “zarina”, che vidi uscire scortata dai suoi bodyguards in una gelida notte di dicembre, per imbarcarsi sul motoscafo che subito scomparve nella nebbia del canale.

L’avevo incontrata quella mattina, ferma accanto a un gruppo di turisti russi.

Come descrivere la bellezza assoluta? Statuaria, fasciata in un corto tubino nero, gli stivali al ginocchio, un semplice giubbotto di pelliccia corto in vita, i capelli incredibilmente biondi raccolti in una treccia avvolta attorno al capo.

Non era una turista: dopo aver scambiato sottovoce una parola con la guida del gruppo si allontanò seguita da due uomini-armadio dai capelli a spazzola, ognuno con un piccolo auricolare appena visibile. Incrociammo lo sguardo per pochi attimi: io, avvezzo da inveterata abitudine a non cedere mai allo sguardo altrui distogliendo per primo il mio, quella volta traballai. Fissando i suoi occhi mi sovvenne la riflessione che secoli or sono fece il saggio taoista, e cioè se l’azzurro fosse il vero colore del cielo o fosse solo il riflesso di una distanza infinita.

Poi, per fortuna, fu lei che dovette svoltare l’angolo e guardare altrove.

106 - Have you ever seen the rain Momenti veneziani 44 - Sola  Momenti veneziani 65 - La telefonata La partenza del Royal Clipper (22) Momenti veneziani 66 - Folla a San Marco

A quell’angolo adesso è seduta una ragazza che beve una bibita dietetica nella luce calda del tardo pomeriggio. Una copia telefona col cellulare. Un gruppo di turisti segnano a dito i monumenti mentre passa un veliero. Si, proprio un veliero d’altri tempi che si appresta a spiegare la vele. Alcuni lo seguono in silenzio, come rapiti; altri neppure se ne accorgono. Scorgo Corto Maltese che guarda verso il mare dalla vetrina di una libreria: ha gli occhi lucidi.

E’ sera. Esco dal Museo della Musica in Campo San Maurizio e mi infilo nel bar li vicino. Di fronte a me, dall’altro lato del campo una Afrodite nuda e luminosa indossa solo una collana, mentre guarda il mondo imprigionata dall’inferriata del negozio. Passano alcuni ragazzi infreddoliti: uno ha la custodia di un violino. Si sta alzando la foschia, striscia fra le calli, si allarga nel campo fino ad accarezzare la vetrina. Mi par di sentirla mormorare arcane promesse struggenti.

99 - Violini 118 - Afrodite prigioniera 56 - Rialto 52 - Campo Santo Stefano 2 47 - Chiesa delle Salute

– Ecco che esce “la zarina”, ci sono i gorilla ad aspettarla – stavano commentando i due avventori veneziani del bar di fronte all’ingresso del palazzo.

E dai loro pettegolezzi seppi che era arrivata a Venezia comprandosi un palazzo che ora stava facendo ristrutturare, da un paio d’anni andava e veniva comparendo e scomparendo senza una apparente regolarità, ma sempre scortata dai gorilla e si diceva che fosse di origine russa, più probabilmente di una delle repubbliche baltiche, ma non si sapeva se ciò fosse del tutto vero.

– Quello con la giacca nera – dicevano – è quello dell’altra volta, ma quello che è andato a prendere il motoscafo è nuovo -.

E mentre ronzavano i pettegolezzi alla mie spalle e con la tazzina di caffè in mano guardavo la piazzetta da dietro la vetrina del bar, ancora incrociai il suo algido sguardo turchese. Questa volta durò a lungo, molto più a lungo: dal centro del campo, dove dormono da secoli i leoni di San Marco scolpiti nella pietra dell’antico pozzo, al momento in cui dovette inevitabilmente distoglierlo per salire sul motoscafo.

Anche questa volta ce l’avevo fatta… ma il caffè si era bevuto da solo, evaporato dalla tazzina e stranamente non ne percepivo neppure l’aroma sul palato.

Allora, passeggero della notte, uscii a vagare fra la nebbia.

Ed ora qui, seduto sudato in questa torrida, tuttavia limpidissima, notte d’agosto, rivedo la nebbia del canale – di questo canale fra i tantissimi di questa città – e questo ponte – proprio questo – che ci svelò, attraversandolo, gli orizzonti che solo la nebbia può svelare: quella nebbia delle notti d’inverno dalla quale anche i più grossi battelli si materializzano d’improvviso, sfilano silenziosi per un attimo, come apparizioni da altre dimensioni, per tornare subito a scomparire nell’ovattato nulla.

90 - Per gondole sole 86 - Osteria del carmine 1 91 - Lucebuio 119 - Wind blows me away in a glow 120 - Buonanotte Venezia

La notte.

La notte gelida e struggente.

Un alito di vento dirada la nebbia proprio mentre lei esce dall’ombra del sottoportico e si blocca di fronte a me. Una scintilla di irritazione nello sguardo che sfuma in un’ombra di sorpresa e che subito si stempera in un profondo riflesso più blu della notte.

I canali e la calli deserte attorno alla Fenice, poche le parole perché altre intese le superano e le rendono inutili.

Nata sotto la magica luce dell’aurora boreale, lei è del tutto indifferente al gelo della notte dicembrina e permette alla bruma di avvolgerla, di accarezzarle la pelle, senza un brivido.

Tenendoci per mano ci avviamo sul ponte.

Quando il vento ci sbatte in faccia la nebbia e tutto si dissolve come in un bagliore, porta anche l’arcana melodia, appena appena percepibile, non con l’udito, ma con l’istinto.

La magia è là, reale ed impalpabile: appena qualche passo oltre il buio.

Buonanotte labirinto di sogni, buonanotte Venezia.

Federico Masnari

La festa per l’uccisione del maiale.

Vengo svegliato da un rumore sordo. Nei loro letti i miei due fratelli dormono beati. Siamo tutti coperti con trapunte di lana e nel letto c’è un bel tepore.  Così non si può dire nella stanza. La stufa a segatura nella notte si è spenta e non riesco a vedere fuori dalla finestra se la neve continua a scendere perché i vetri sono opachi per il ghiaccio. Il rumore, sembra il grido di un bambino, si ripete ma sento anche voci di persone. E’ strano, siamo 272 anime in un paese sperduto di montagna e in pieno inverno i rumori sono rarissimi. Esco fuori dal letto e velocemente mi vesto. Sono curioso devo andare a vedere cosa succede. I miei fratelli continuano a dormire. Mia Madre si è svegliata e approva la mia uscita. Fuori c’è una nebbia fitta che attutisce i suoni e le figure ma intravedo delle persone lungo la strada che da casa mia porta alla nostra chiesa. La neve non cade più e il sentiero non ancora pulito dalla neve caduta è quasi scomparso. Cammino a fatica in mezzo a uno spolverio di neve. Neve farinosa, alzo ad ogni passo miliardi di cristalli. Amo follemente la neve. E’ parte integrante della mia vita. Ci sono due uomini che trascinano una grossa slitta e dietro riconosco i Pascale. Lui minatore, la moglie e i due figli grandi. Uno, Gino è il panettiere del paese, l’altro Dino fa il contadino come la madre. Adesso so l’origine del suono strano. Legato sulla slitta c’è un enorme maiale. Nella stalla veniva tenuto in un piccolo recinto e alla sera quando si andava a prendere il latte, la visita al maiale era una consuetudine. Noi ragazzi gli davamo da mangiare foglie di rabarbaro, per sentire i suoi grugniti di approvazione. Il freddo è pungente e l’animale emette un suono simile a un lamento. Non è mai stato fuori dal tepore e dalla penombra della stalla e per lui non deve essere piacevole sentire il freddo e essere legato. Chiedo stupito a Dino dove portano il maiale e lui mi risponde tutto contento che vanno ad ucciderlo per fare i salami. Anzi mi dice di avvertire i miei in quanto siamo invitati alla grande festa che si terrà dopo la macellazione del maiale. Capisco perché è felice. Per i Pralini il maiale è fonte di vita, e non si getta via niente tutto si utilizza. Salami e patate bollite sono uno dei piatti soliti delle nostre tavole. Vicino all’ingresso della chiesa Valdese c’è uno spiazzo dominato da un grosso albero. La slitta si ferma e una grossa fune viene fatta passare sopra il ramo più grosso. Ad una estremità c’è un grosso uncino che viene infilato tra le corde delle zampe posteriori del maiale. Dall’altro capo in cinque o sei ci mettiamo a tirare la corda e il maiale sale verso il cielo ma a testa in giù. Intanto sono arrivati le ragazze e i ragazzi del paese e l’atmosfera è molto allegra. C’è Marilena e la sua amica Anna. Hanno la mie età e sono molto carine. Hanno guance arrossate dal freddo e i denti bianchissimi spiccano quando sorridono. I loro occhi azzurri mi fissano e sorridono. Forse riuscirò a strappare un bacio nel fienile a una delle due a festa finita. Il maiale grida sempre più forte. Ha sicuramente capito che sta succedendo per lui qualcosa di brutto. Ci sono parecchi Pralini e il signore Guener che è un vecchio barbet (Anziano che è diventato un punto di riferimento per i compaesani), si avvicina alla testa del maiale con un grosso coltello in mano: due tagli netti e dalla gola del maiale inizia a colare il sangue che viene raccolto in una grossa bacinella posta sotto la sua testa. La vita è come sospesa.  La gente è immobile, ipnotizzata dal sangue che cola. Anche i cani hanno smesso di abbaiare. C’è la neve macchiata di rosso, le urla del maiale, la nebbia bassa, qualche fiocco di neve che è incominciato a cadere e molti corvi su in cielo. Mi dispiace per questa uccisione ma per la famiglia Pascale tutto questo significa avere da mangiare per molti mesi. Ormai il maiale non grida più, il signor Guener gli apre la pancia e tutti i presenti si mettono al lavoro. Si tagliano le orecchie, il muso, si preleva il grasso, la carne, il cuore, le budella, la vescica, le zampe, la cotenna, insomma tutto, proprio tutto, in poco tempo le varie parti del maiale vengono prese, lavate, bollite, o messe in padella o tritate con le erbe e le spezie e poi insaccate. Si fanno salami, prosciutti, mustardele, ciccioli. Ritorno a casa, avverto mamma e i miei fratelli Erica e Alberto e quando è ora andiamo dai Pascale a mangiare. La cucina è affollata: ci sono molti invitati.

Un grande pranzo: le donne servono in tavola, la stufa mantiene un caldo piacevole, il vino è in tavola.  Naturalmente sono bottiglie di Ramie, il  vino della mia valle i cui vitigni sono coltivati in terrazzamenti fino ai mille metri. E’ un vino asprigno come il carattere di noi montanari, ma generoso. E vai con cotechino e patate bollite. E poi le mustardele, cioè insaccati con grasso fuso, parti di lingua, i rognoni, qualche pezzo di polmone tutto tritato e impastato con il sangue appena raccolto, devo confessare che l’insaccato bollito è delizioso. Arriva la carne del maiale, con le patate fritte e i ciccioli, accolta con gioia da tutti noi. C’è in tavola anche del Seiras, formaggio tenuto sotto fieno. E’ proprio una bella festa. Il vino ha scaldato gli animi e si raccontano le storie che sono capitate ultimamente nel paese.  Il pranzo continua con l’arrivo di una forma di toma molto stagionata ma non la mangio perché mi fa schifo vedere uscire dalla pasta del formaggio, appena tagliata, delle larve bianche. E pensare che qualcuno le mangia! Con una forchetta si infilza la larva e poi un pezzo di formaggio e poi giù in bocca a masticare estasiati il boccone. Mia madre, specialista in liquori ha portato un liquore al Kummel molto apprezzato dai grandi e una bottiglia di Genepy per accompagnare una crostata di mirtilli. Siamo invitati anche per il giorno dopo a pranzo perché verranno portate in tavola due prelibatezze: i Batsuà dove le zampe del maiale subiscono una trasformazione gastronomica eccezionale. Si fanno bollire nell’aceto dopo averle disossate e poi vengono tagliate a strisce e impanate. Il secondo è ancora meglio: la signora Pascale che di nome fa Elvina servirà le Grive, polpette avvolte nell’omento del maiale in un impasto che vede carne di maiale un po’ di fegato e polmone, Il tutto fatto friggere in padella sopra il putagè e servito con le immancabili patate fritte. Per formaggio il bruss, toma lasciata a macerare e fermentare a piccoli pezzi con latte e dopo qualche giorno trattata con Genepy per fermare la fermentazione. Formaggio forte. Due giorni di mangiate per gente che lavora dodici ore al giorno e quindi ha bisogno di molte calorie. Il maiale è un dono di Dio e va festeggiato. Usciamo dalla casa e la nebbia è sparita. Il vento ha pulito cielo e c’è un profumo buono di neve che avvolge tutto. Orione è alta in cielo, tutto è immutato come sempre, il mio mondo si prepara ad andare a dormire. Le luci del paese si spengono. Ma si vede chiaramente: la luna e le stelle ci tengono compagnia.

ghigo febbraio 1960                                        Enrico Garrou

pini

L’Alieno 3

Il mio mondo è popolato da muschi e licheni, e altre piante strane. Ci sono numerose altre forme di vita ma sono molto riservato e cerco di vivere solo, con i miei simili.

E’ un mondo umido, ricco di acqua che mi permette di vivere. La mia stirpe ha popolato questo mondo seicento milioni di anni fa. Quando i miei progenitori prosperavano e si moltiplicavano moltissime specie che ora sono intorno a me, e non sanno niente del mio essere e del mio passato, non erano ancora state create.

Ci sono leggende che dicono che siamo arrivati da altri mondi. Forse no, anzi sicuramente no. E’ questo mondo che ci ha creati perché voleva sapere se era in grado di far nascere un organismo in grado di vivere in ogni habitat: dai poli all’equatore e in grado di sopravvivere alle condizioni più estreme, e di vincere la morte. Il mondo aveva bisogno di un eroe. Un essere capace di andare nello spazio, o scendere in fondo agli abissi degli oceani e sopportare pressioni inimmaginabili o vincere il fuoco o il freddo più assoluto. E così ho popolato questo mondo bellissimo che mi ospita. Sono simile ad un orsacchiotto, ho otto zampe, sono lento, curioso e sognatore. Ho una bocca elegante a forma di tubo con ai lati due strutture appuntite che mosse da muscoli mi permettono di perforare i vegetali. Così, immerso nell’acqua, posso succhiare questo liquido nutriente, che tanto mi piace, direttamente dalle piante. Come il brucaliffo invece del fumo succhio beato la linfa. Ma non sempre tutto è così idilliaco. Ho passato un periodo molto brutto ultimamente. Il mio mondo è diventato secco e arido, l’acqua è evaporata, il verde è diventato bruno. Gli esseri, che vivevano nel mio mondo, sono morti. Ma come vi ho raccontato sono stato programmato per sopravvivere ad ogni emergenza. Ho ritirato nel mio corpo le estremità e sono morto. Si fa per dire, non muoio veramente ma cado in uno stato di morte apparente. Tutto si ferma dentro il mio essere, sprofondo in un lungo sonno e aspetto. Aspetto che l’acqua ritorni a cadere e faccia ritornare la vita nel mio corpo. Però un giorno addirittura si è sviluppato il fuoco, il calore e le fiamme hanno sfiorato per qualche minuto il mio corpo, ma anche questa volta sono riuscito a sopravvivere. Dopo lunghi anni sono ritornato a vivere. Si sono un semidio. Periodicamente cerco un mio simile per la riproduzione. Abbiamo bisogno di generare una progenie. Perché l’unica cosa che non so ancora fare è fuggire dalla morte vera.

Enrico Garrou

I Tardigradi sono invertebrati protostomi celomati con un migliaio di specie. Dimensioni massime 1 o2 mm. Vivono in ogni parte del mondo.