Io sono Ginevra d’Este, la sposa di Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Amo scrivere articoli, (sono nella sezione racconti), su personaggi di grande spessore vissuti nei secoli scorsi, personaggi che hanno avuto una sorte avversa e ne sono stati sopraffatti. La storia non è pietosa con gli sconfitti, ammira solo i vincenti. Ginevra d’Este, pur di nobile lignaggio, ha avuto una vita tormentata, ecco la mia visione molto personale della sua vita:

Ginevra D’este

Io sono Ginevra, figlia del marchese Niccolò D’Este, Signore di Ferrara e desidero raccontarvi la verità sulla mia morte. Non è vero che è stato il mio amato sposo ad uccidermi per amore di un’altra dama, la storia è spesso crudele specialmente con i vinti, questo è quanto è accaduto veramente. Ero ancora bambina, con nella testa i sogni dei bambini, l’ammirazione per i vestiti delle dame, la paura delle armi e di quegli uomini enormi con addosso armature di ferro e nelle mani grandi spade, capaci solo di gridare e di spaventare le creature innocenti, lo stupore per le giostre equestri che ci facevano vedere dalle finestre del castello, con gli stendardi, i cavalli, gli armigeri, le dame, nei loro vestiti più belli, la polvere sollevata dai cavalli, il sangue che arrossava la terra. A quei tempi sapevo sorridere, mi piaceva il gioco, le carezze e i baci della mia mamma, le storie dei menestrelli, quando un giorno purtroppo la mia vita cambiò. Mio padre uccise, accusandola di tradimento, mia madre. Io vidi il sangue, sentii le urla, vidi la morte arrivare e ghermirla, vidi i suoi occhi spegnersi, una smorfia di dolore deturpava il suo bel viso e io gridavo; ma la morte non si ferma la si subisce. Questo ricordo di me bambina, oltre la paura per ogni cosa e una infinita tristezza. Crebbi in mezzo alle dame, hai pettegolezzi, agli amori, ai racconti dei cavalieri, alla morte dei soldati, alle guerre. Chiusa nel castello di mio padre la vita era un qualcosa che si svolgeva fuori dalle stanze dove noi donne passavamo il tempo, in quelle stanze si viveva come sospesi, in un limbo, in una attesa di un qualcosa che doveva avvenire. E un giorno, avevo solo quattordici anni,  il destino cambiò la mia vita.
A corte, ad una festa, mi fu presentato un uomo in armi, si raccontava che fosse un grande condottiero, non era bello ma aveva uno sguardo fiero e affascinante, lo chiamavano il lupo di Rimini, gli uomini lo guardavano con rispetto, le dame avevano sorrisi di ammirazione e si diceva  che era uno dei più audaci condottieri militari. Mi innamorai follemente di quest’uomo. Era Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini, durante il banchetto con me fu gentile, mi raccontò del suo regno lambito dal mare, mi parlò dei pittori che aveva a corte, dei poeti, degli scultori, delle arti, vi confesso non capivo bene le cose che mi diceva ma mi affascinava il suo modo fluente di raccontare e immaginavo questo meraviglioso castello con le pareti delle stanze affrescate con le scene delle battaglie che lui aveva vinto, i volti dei cavalieri, le dame, vedevo come in sogno le statue che mi descriveva e questa città che profumava di mare, di leggenda, mi risuonavano come per incanto le voci dei poeti che avrebbero cantato la mia bellezza, ed io mi sentivo bella accanto a lui, mi sentivo desiderata, si, io l’amavo. Ci sposammo, furono giorni d’amore grande, di grande bellezza, giorni di tornei, di pranzi, di sguardi ammirati delle dame e vogliosi dei cavalieri, ero una principessa amata, la malinconia mi dava tregua, l’ansia si era assopita perché avevo un uomo che sapeva proteggermi, che mi amava. Un giorno sentii nel mio corpo qualcosa che si muoveva, qualcosa che mi accarezzava il pensiero. Si, era un figlio, un figlio mio e del mio amore! Per la prima volta nella vita tutte le nubi furono cancellate. L’ansia sparita, la malinconia volata via con il vento di aprile. Quando nacque lo chiamammo Roberto Novello. Era bello come i putti che il mio pittore preferito ogni tanto disegnava nei cieli che abbellivano le stanze del palazzo. Era l’angelo che ogni donna sognava. Ma la tragedia era in agguato e un giorno rividi la morte, china sul suo lettino, lo accarezzava, mi gettai in ginocchio la supplicai di prendere me ma lei inesorabile con la sua falce gli tagliò il filo della vita. Divenni pazza, mi legarono al letto, persi i sensi una macchia nera scese sui miei occhi, non mi abbandonò più, io non sentivo le parole di consolazione, non mangiavo più. Quando lei arrivò, sorrisi felice, l’aspettavo, non mi faceva più paura, dove mi avrebbe trascinato mi aspettavano la mamma e il mio Roberto. Vedete come gli uomini cambiano la realtà delle cose, non è stato il mio amato sposo ad uccidermi, lui mi amava, sono io che volli morire, la mia tristezza era infinita, non potevo più sopportare il dolore che mi aveva avvolto e mi bruciava il pensiero, la lingua, il cuore. Questa è la verità, tutto il resto fantasia e follia.

Enrico Garrou (10/7/2015)
John Everett Millais

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Il caro amico Claudio Marcello Capriolo mi ha inviato, e per questo gli sono infinitamente grato, un brano da ascoltare come accompagnamento alla narrazione. E’ un pezzo dolcissimo e delicato eccolo: Gilles Binchois (c1400-1460): Triste plaisir, chanson su testo di Alain Chartier. Claudio non so come ringraziarti per la tua gentilezza.

Il mio nome è Franchetta, Franchetta la strega.

(Anno Domini 1587) In montagna, a luglio , al mattino l’aria è fresca. I prati sono pieni di fiori e di erbe. C’è la genziana, l’arnica dai fiori arancione, i barbabuc, l’eufrasia dai fiori delicati con corolle bianche screziate di giallo e due petali viola, il petrosello, i gigli, i narcisi, la strigonella, insomma un mare di colori. Sto raccogliendo erbe lungo le pendici del monte Saccarello, erbe che mi serviranno per curare i malanni miei e della mia famiglia. Le donne di Triora sanno distinguere le erbe medicinali, e fin da piccola mia mamma, mi ha insegnato a riconoscere le erbe e a farle macerare per ottenere unguenti e olii. Oggi devo raccogliere i bulbi dei gigli, quelli con i fiori viola, perché ormai ho sessanta anni e l’età mi procura male ai reni e i bulbi lessati mi fanno urinare e mi sento subito meglio, poi dovrò cercare della genziana, le sue radici sono curative quando si ha la febbre. Raccoglierò anche le castagne cadute dalle piante dei miei terreni, le castagne sono un dono di Dio perché seccate si conservano tutto l’anno e vengono mangiate nel latte mentre una parte viene macinata e la farina ottenuta verrà utilizzata durante l’inverno. A dir il vero le castagne non sono mai state il mio alimento principale perché appartengo a una facoltosa e nobile famiglia di Triora, paese che è sempre stato ricco, al centro dei traffici tra la costa, il Piemonte e la Francia e che Genova considera il suo granaio, ma una terribile carestia flagella il paese da ben due anni e molti bambini e adulti sono morti di stenti e anche noi incominciamo a patire la fame. Mentre sto scavando nel terreno per recuperare i bulbi vedo avanzare una guardia, la conosco arriva da Genova, mi chiama e mi invita a seguirlo. Il mio cuore batte più forte, non capisco cosa vuole da me, non vorrei che la mia persona fosse collegata al caso di alcune donne del mio paese fatte arrestare perché accusate di essere delle streghe. Sono finite in carcere ben tredici donne, tre ragazze e un ragazzino. Si mormora che siano state torturate e una mia amica, Isotta Stella, a causa delle torture è morta e un’altra, per fuggire all’inquisizione si è gettata dalla finestra e non è sopravvissuta. Il prete, nella predica domenicale, ha detto che hanno preferito morire piuttosto che tradire Satana ma non posso pensare che fossero veramente delle streghe. Le altre adesso sono rinchiuse in due case del paese che sono state adibite a prigione. Provo a parlargli ma lui non risponde, dice solo che saprò tutto quando parlerò con tal Giulio Scribani mandato da Genova per sostituire i precedenti inquisitori.
Ho il cuore in gola, di questi tempi c’è da aver paura di tutto. Arriviamo ad una casa all’inizio del paese, mi fa entrare in una stanza arredata con un tavolo, una sedia e un armadio contro la parete. Poco dopo entra un uomo non alto, grasso che si siede e incomincia subito a interrogarmi. Mi chiede se sono io Franchetta Borelli di anni 60 ed io rispondo di sì e gli chiedo cosa vuole da me. Lui quasi urlando afferma che io sono una prostituta e una strega molto potente, protetta da Satana, e che devo confessare i miei peccati, solo così avrò salva la mia anima. Mi sventola sotto il naso un foglio dove si attesta che tredici streghe hanno fatto sotto tortura il mio nome.
Mi getto ai suoi piedi gli dico che sono fandonie di donne gelose perché in gioventù sono stata un bella donna e che è vero, con qualche loro marito mi sono anche divertita, ma che non sono una strega. Non vuole ascoltarmi anzi ordina alla guardia di mettermi sul cavalletto della tortura. Ma prima di portarmi via chiama un brutto figuro e gli ordina di denudarmi e di tagliarmi i capelli e tutti i peli del corpo e subito dopo mi fa indossare una camicia lunga bianca. Vengo trascinata in un’altra stanza dove mi legano mani e piedi a una sorta di banco arcuato in modo da mostrare la schiena ad un uomo armato di scudiscio. E da quel momento sprofondo in un inferno. Incominciano a flagellarmi, la frusta sibila ed io grido per il dolore, sento il sangue scorrere sulla mia schiena, ma ogni tanto lo Scribani ferma l’uomo con lo scudiscio e mi chiede in termini perentori di confessare la mia colpa. Sono come separata dal mio corpo, sento la mia voce supplicare di smettere e affermare che non ho commesso nessun reato, ma lui ribatte che noi streghe abbiamo fatto morire molti bambini e la mia voce risponde gridando che non è vero, io amo i bambini, sono morti per la mancanza di cibo, ma la tortura subito riprende. Svengo parecchie volte, il dolore è insopportabile, mi gettano sul viso un secchio d’acqua e io rinvengo e sento strisce di dolore puro attraversare la mia schiena, desidero morire e prego il buon Dio di mettere fine a questo tormento. Invece prendono le corde che mi legano le mani e le legano a un perno su una ruota che a un cenno dello Scribani, viene fatta girare facendo si che il mio corpo venga tirato. Mi sento morire le braccia si tendono, il mio corpo a ogni giro di ruota fa più resistenza e alla fine le ossa delle braccia escono dalla loro sede. Le urla salgono al cielo e svengo di nuovo. Ogni tanto una voce mi parla, così mi sembra e afferma che noi streghe rendiamo disgustoso il latte materno, che inaridiamo le mammelle delle mucche, che con pozioni a base di belladonna e stramonio ci abbandoniamo ad orge sfrenate e ci accoppiamo con il diavolo. Ed io nego gli dico che non ho mai partecipato a nessuna orgia ma non mi ascoltano, mi infilano aghi sotto le unghie dei piedi, mi schiacciano i pollici, mi bruciano le piante dei piedi, ma ormai non sento più il dolore. Anzi forse sono impazzita perché mi scappa da ridere, il mio corpo è come anestetizzato. Non sento più male, mi freno perché se mi sentono ridere penseranno che sono invasa dal demonio e la mia vita finirebbe immediatamente. Lo Scribani mi chiede ancora come mai se non sono una strega i bambini nascono morti ma non riesco più a parlare, ripeto dentro di me che solo noi donne sappiamo far nascere i bambini e loro con la scusa delle streghe hanno imprigionato le levatrici del paese e adesso le donne partoriscono nella stalla in mezzo al letame ed è per questo che i bambini muoiono. Ogni tanto chiedo con voce strozzata dell’acqua ma non ottengo risposta.
La tortura si prolunga per 21 ore e visto che non parlo finalmente mi tirano giù dal cavalletto e sorreggendomi perché le piante dei miei piedi bruciati non mi permettono di camminare, mi fanno sedere ad un tavolo e mi danno da mangiare una minestra di pane sbriciolato, poi mi mettono in una cella. Mio fratello era stato avvertito nel frattempo della mia prigionia e aveva pagato una forte somma per il mio rilascio, infatti una mattina mi trascinano fuori ed io posso riabbracciare la mia famiglia. Questa è la mia verità, noi donne siamo sempre accusate di ogni male perché conosciamo le proprietà delle erbe, perché facciamo nascere i bambini, perché siamo coloro che curano le malattie ma in questo mondo la conoscenza delle donne spaventa e quindi veniamo additate come quelle che hanno venduto l’anima a Satana e di conseguenza ci torturano, ci bruciano o ci fanno morire in cella. Questa è la verità non credete a quegli aguzzini, guidati da quel pazzo dello Scribani, sono solo dei sadici appoggiati da una parte del clero e del popolo, perché la donna è considerata un essere inferiore e deve stare sottomessa all’uomo.
Enrico Garrou 25/7/2014
Delle donne imprigionate non si ha notizia ma sembra che nessuna fu condannata a morte dal San’uffizio. Di Franchetta si sa che visse ancora alcuni anni e fu sepolta alla sua morte cristianamente.

Questo racconto è dedicato ad una strega che mi ha rapito il cuore.  E.G.

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Il mio nome è Giacomo Pico da Bardineto. Il traditore.

La stanza è fredda. È il 20 febbraio del 1449 e sto per uccidermi. Si, ho il mio pugnale affilato in mano e mi taglierò la gola. Sono Giacomo Pico capitano dei soldati del marchese Galeotto del Carretto e ho commesso un crimine tremendo. Ho tradito la mia gente e il mio padrone. Ma non è per questo che voglio terminare questa mia vita, mi voglio uccidere per amore di una donna che non sarà mai mia. Ho scritto su una pergamena, che ho lasciato sul tavolo, le profonde motivazioni che mi hanno portato a questo gesto. Leggetele e cercate di perdonare un traditore.
“Sono Giacomo Pico, capitano dei soldati del marchese Galeotto del Carretto. Il mio padrone vive nel bellissimo castello di Govone a Finale, circondato da un borgo e i suoi possedimenti si estendono alle terre di Bardino, Borgio Verezzi, Clavesana, Millesimo, Cosseria, Carcare, terre importanti perché le galere che sbarcano a Finale scaricano merci che vengono inviate all’interno fino al ducato dei Savoia. Sono accusato di aver tradito il mio signore e non posso negare che sia vero ma nessuno si è mai soffermato sulle motivazioni che mi hanno spinto al tradimento. Ascoltate la mia storia prima di condannarmi. Sono nato a Bardineto un paese situato tra i monti alle scaturigini del fiume Bormida. La mia famiglia, la più influente del paese, da sempre è stata fedele al marchesato e mio padre Antonio e la nostra famiglia, sono nel cuore del marchese, tanto che fin dall’infanzia sono stato allevato alla sua corte. Per Galeotto ero più che un vassallo, ero un amico ed ho sempre combattuto al suo fianco. Viviamo in un periodo di guerre contro la repubblica Genovese, il doge Giano Fregoso vuole annettere i nostri territori per espandersi e avere il controllo delle merci che sbarcano nei nostri porti. Battaglie continue, scontri di cavalleria e di fanti con i Genovesi guidati da Pietro Fregoso, grande capitano di ventura e stratega, affiancato da Gerolamo Doria e Andrea Romanengo; noi guidati da Galleotto del Carretto, il sottoscritto e Enrico Calvisio. Un giorno, di ritorno da una ispezione a una fortificazione a Bardineto, il marchese venne assalito da forze nemiche, eravamo solo in dieci ma combattemmo con onore, io stesso uccisi tre di loro salvando la vita al mio Signore. Fui nominato capitano. Ricevetti molte lodi e il marchese mi incaricò delle missioni dove erano necessarie fedeltà e segretezza a tutta prova. Ero felice, una sera di ritorno da una missione a Calvisio mi imbatto in un nobile del marchesato che mi racconta che tal Cascherano conte di Osasco e un suo sgherro sono stati ricevuti al castello per chiedere la mano della figlia di Galeotto. E aggiunse anche che la marchesa Bandina gli aveva confessato: “non abbiamo accettato di darla in sposa al Doge Fregoso in quanto si sarebbe impossessato legalmente dei territori del marchesato e la nostra famiglia sarebbe scomparsa e non abbiamo voluto darla in sposa ad un personaggio potente, ma la faremo sposare ad un nobile dei monti che ha meno sicurezza di nome ma più sicurezza di stato.”
Signori mi sentii mancare. Ma come la bellissima Nicolosina, una bellezza di soli 17 anni, una meraviglia di donna, pensate che vengono da tutti i paesi del marchesato per vederla, donna buona, costumata, una perla, non sarà la mia sposa ma andrà sposa ad un altro. No, non è possibile, sono io colui che lei ama ricambiata, io che l’ho vista crescere, io che lei bambina accoglieva con il sorriso e mi copriva di baci quando arrivavo, io a cui lei chiedeva di giocare, io quello a cui lei scompigliava le chiome. Ero il suo amico più caro, e un bel giorno al mio arrivo lei non mi gettò le braccia al collo, non mi baciò le guance e la fronte, ma mi accolse con fare impacciato e mi disse: ”Buongiorno messere”, ed era tutta rossa in viso e io l’avevo trovata così bella da rimanere folgorato. Mi ero inchinato davanti a lei, che era diventata una donna, e da subito l’avevo amata. Le occasioni di vederla erano molte e durante i banchetti i nostri sguardi si incrociavano lei mi sorrideva, i suoi occhi erano adoranti. In battaglia combattevo per Lei, la mia Nicolosina, non avrei mai permesso che le fosse fatto alcun male. Io l’Amavo teneramente. E adesso questa notizia funesta. No non posso credere a una cosa simile. Lei è mia e di nessun altro. Piuttosto farò cadere in mani nemiche il castello. E così feci. Mandato in missione a Genova mi accordai con il Doge, avrei insegnato ai genovesi come entrare nel castello e loro mi avrebbero permesso di sposare Nicolosina. Tutto era stato concordato. Due giorni prima dell’assalto al castello io caddi in una finta imboscata e fui condotto a Genova. L’attacco al castello di Bogone fu condotto dal più valoroso dei capitani di ventura di Genova: Giovanni dalle Trecce a capo di 60 mercenari e grazie alle mie indicazioni, riuscì ad occuparlo ma rimase imprigionato all’interno dalle forze del marchesato che lo assediarono. Non sto a raccontarvi le vicissitudini che seguirono ma il marchese riuscì a fuggire e la mia amata fu alla fine liberata ed andò in sposa al conte di Osasco. Tutto il mio piano era fallito. Avevo perso l’onore e l’amore le due cose per cui valeva vivere. Questa è la verità, adesso per amore mi uccido.
Torino 8/7/2014 Enrico Garrou

Giacomo Pico è un personaggio minore del nostro passato. Viene citato in una indicazione turistica in Final Borgo, paese della liguria, come il traditore che nel 1449 permise ai Genovesi di conquistare il castello di Govone dei marchesi del Carretto. Il castello per l’epoca era considerato imprendibile. Ho voluto parzialmente riabilitarlo per questa sua storia d’amore con la figlia del Marchese Galeotto del Carretto. La fonte più autorevole  sulla guerra tra i Genovesi e i Finalesi è “Una guerra del Quattrocento” di Antonino Ronco, storico, giornalista e professore universitario di storia moderna all’università di Genova.

002 - Castel Gavone lato destro

 

 

 

Io sono Circe, la maga.

Il mio nome è Circe figlia di Elio e della ninfa Perseide, nipote del Sole. Sono bella in quanto dea, ho capelli fluenti un corpo statuario, il mio ovale è perfetto. Vivo su un’isola, si chiama Eea è un luogo incantato, ricca di vegetazione. Pini, mirti, tamerici, agrumeti ricchi di cedri  e ulivi contorti dal vento e dal tempo, ricca di suoni, ricca di colori.
Lo so ho una fama sinistra, ma è una esagerazione dei poeti, dicono che tramuto gli uomini in porci, in cani rabbiosi, è vero ma io so leggere la loro vera natura: sono crudeli rubano miei frutti, mangiano il mio miele, tagliano le mie piante e quando mi vedono hanno un solo pensiero. Non posso fare altro se non usare le mie arti per farli ritornare quelli che veramente sono: tramutarli in bestie rabbiose o porci.
Ma Lui era diverso, arrivò con una nave nera, non voleva farmi del male lui voleva parlare, conoscere, io mi innamorai follemente si chiamava Ulisse, non era bello, non era giovane, un cinghiale lo aveva ferito e aveva una leggera zoppia, ma il suo sguardo era profondo, era affascinante, sapeva dire cose di sogno, era ingegnoso e astuto, era un guerriero, io l’amai da subito, ne fui incantata mi raccontò cose che non conoscevo. Mi conquistò con la dolcezza e il sorriso. Ma anche lui si innamorò follemente, facemmo all’amore, ci raccontammo storie che solo gli innamorati sanno raccontare, mi descrisse il suo mondo, le isole che aveva visitato, le guerre dove aveva combattuto, le pene che aveva passato, mi parlò degli eroi che aveva incontrato. Io gli parlai degli dei del cielo incantato, dell’amore profondo che mi aveva donato, perchè lui era un eroe, il mio eroe. Mi persi in quei pensieri, noi eravamo felici, gli misi nelle mani la mia vita di Dea.
Ma il mio Ulisse è un eroe inquieto, lui un brutto giorno decide di andare, vuole rivedere la sua patria, è  un’ isola si chiama  Itaca, vuole abbracciare i suoi amori non vuole morire anonimo tra i flutti di quel mare sconosciuto . Mi chiede anche la strada più semplice da seguire per il suo ritornare, io pazza d’amore mi strappo i capelli, piango, mi dispero ma alla fine sconfitta lo lascio andare e gli regalo però un dono di inestimabile valore: gli insegno la strada per scendere agli inferi per parlare con l’indovino Tiresia. Laggiù lui conoscerà non solo la strada del ritorno ma anche il suo Kleos, la fama. Per lui, guerriero che avrebbe voluto morire sotto le mura di Troia per essere narrato nei poemi come un eroe, scendere agli inferi significa conoscere la sua fama ancora da vivo, saprà che diventerà un eroe immortale cantato come il guerriero più astuto, dal multiforme ingegno. E’ un regalo d’amore, un regalo che solo una dea pazzamente innamorata può fare al suo amante. Siamo sulla spiaggia, il mare è calmo la nave è pronta, l’aria è piena di profumi: odori agrumati, resinosi, profumi di alghe, di sole e io piangendo lo tengo stretto al mio petto perché so che non lo vedrò mai più. Io Ulisse l’ho amato, altro che maga, lui è il mio eroe e un eroe si porta nel cuore. Di notte lo sogno, facciamo all’amore ma al mattino le mie dita stringono il vuoto. Io sono Circe, la dea Circe e non una maga cattiva, perché ho tanto amato.

Torino  15/6/2014

Dipinto di John William Waterhouse (1849-1917)

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Il mio nome è Ostasio, Ostasio II da Polenta.

Sono Ostasio II da Polenta, signore di Ravenna, imprigionato in una lapide nella chiesa di San Francesco. E’ il fato che ha deciso che dovevo essere raffigurato con il saio su una lastra di marmo rosso di Verona, con il viso e le mani scolpite in marmo bianco per accentuare la trasformazione del mio essere in un oggetto funebre. Io grande condottiero addestrato alle armi fin da piccolo, Io che ho comandato in battaglia molti cavalieri, abituato a cavalcare con pesanti corazze, maestro con la spada e la picca, avrei voluto essere raffigurato da morto in ben altra maniera, magari in un grande affresco che celebrasse le mie battaglie, che mi proiettasse nel mondo degli eroi. Invece il destino mi ha riservato una sorte diversa. Sono stato sconfitto nella battaglia di Castagnaro dove al fianco di Giovanni Ordelaffi ho guidato le truppe di Verona contro quelle di Padova. Ho perso la battaglia che avrebbe potuto donarmi l’immortalità dovuta agli eroi, la battaglia dove avrei accettato anche la morte in cambio della vittoria. Ma visitatori che guardate in maniera distratta questa pietra tombale, permettetemi di raccontarvi la verità su come sono andate le cose. Il mio è stato un tempo di continue guerre fra i comuni per annettere nuove porzioni di territorio. Le battaglie erano frequenti e le varie Signorie assoldavano capitani di ventura per guidare le truppe nelle guerre. Io Ostasio, in quegli anni, guidavo le armate di Ravenna a fianco e agli ordini di mio cognato Antonio della Scala signore di Verona, alleato con i Veneziani e i signori di Udine. I Veneziani avevano chiesto il nostro aiuto per cercare di bloccare le mire espansionistiche di Francesco da Carrara signore di Padova a sua volta alleato con i Visconti, signori di Milano. Numerose le battaglie combattute, dove i Padovani cercarono invano di conquistare importanti comuni friulani. Dopo un periodo di stallo, riprendemmo la guerra riuscendo ad arrivare fino alle porte di Padova, ma i Padovani frenarono la nostra avanzata e ci costrinsero alla ritirata. Questa vittoria rese euforici i signori di Padova e quindi l’anno seguente decisero di attaccare Verona. La battaglia decisiva è stata combattuta nella zona di Castagnaro. Io Ostasio II da Polenta con Giovanni Ordelaffi eravamo al comando delle truppe Veronesi e Veneziane mentre le truppe di Padova erano sotto il comando del grande condottiero inglese Giovanni Acuto e di Francesco Novello da Carrara, figlio del signore di Padova. Sappiate che è stata una delle più grandi battaglie all’epoca dei capitani di ventura. Era il 11 marzo del 1387, avevo ai miei ordini diretti 1500 cavalieri, e quando la battaglia ebbe inizio lanciammo le nostre armate contro il nemico che incominciò ad indietreggiare. La battaglia sembrava volgere nettamente a nostro favore e Io e l’Ordelaffi pensammo di avere in pugno la vittoria. Invece fu una ritirata strategica voluta da Giovanni Acuto per attirarci su un terreno acquitrinoso. Fece smontare da cavallo i cavalieri della sua Compagnia Bianca, così chiamata perché i cavalieri indossavano una armatura lucente, e li sistemò su un terreno asciutto e ai lati dispose i balestrieri, gli arcieri, e i cannoni. Noi avanzammo ma perdemmo tempo a riempire un canale, che ci separava dai nemici. Quando riprendemmo la marcia gli arcieri di Acuto incominciarono a colpirci con le frecce che uccisero molti nostri uomini mentre i suoi soldati frenavano la nostra avanzata. Le nostre truppe furono prese dal panico e si disunirono. L’Acuto diede allora l’ordine ai suoi cavalieri appiedati di attaccarci e questi si aprirono un varco nelle nostre file. Fu la nostra fine, ormai padroni del campo i padovani uccisero o catturarono la maggior parte di nostri soldati. Eravamo stati sconfitti da Giovanni Acuto che con la sua strategia rivoluzionaria consegnò la battaglia alla storia. L’utilizzo degli arcieri, la finta ritirata e il far scendere i cavalieri da cavallo evitando l’uccisione degli animali, gli permise di disporre di una formazione di guerrieri che avanzavano fianco a fianco e formavano una forza d’urto straordinaria. Io riuscii a riparare a Ravenna dove due anni dopo divenni legato papale. Invece la fama che Giovanni Acuto aveva di essere il migliore capitano in Italia risultò confermata. Adesso è raffigurato nell’affresco di Paolo Uccello nella cattedrale di Santa Maria del Fiore in Firenze e la sua fama è giunta fino al cielo. Potete capire la mia tristezza. Ho combattuto, ho vinto molte battaglie, eppure per coloro che visitano questa chiesa Io sono un frate, non il signore di Ravenna, non il condottiero che ha combattuto la battaglia decisiva. Nessun grande pittore mi ha raffigurato in sella al mio cavallo, nessun scultore ha creato una statua equestre che racconti le mie gesta. Solo ai vincitori è permesso di superare l’oblio e di vivere una gloria imperitura. Visitatori di San Francesco in Ravenna ricordate la mia storia, la storia di un grande capitano di ventura.10257428_1425428951052820_4321235408044556211_n

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La sconfitta di Castagnaro segnò la fine della egemonia degli scaligeri che furono cacciati da Verona dalle truppe viscontee, ma fu una vittoria di Pirro per i signori Carrara di Padova che furono nel 1388 cacciati dai loro domini dai Visconti.

storia di un amore

I miei antenati hanno colonizzato questo mondo tre miliardi di anni fa. Una stella lo illuminava e gli inviava calore e noi siamo stati bravi a sfruttare questa luce, trasformarla in cibo, e nel contempo a produrre un gas che ha contribuito a formare l’atmosfera di questo pianeta. Il nostro mondo era un oceano d’acqua silenzioso con pochissime forme di vita. Come creatori abbiamo ascoltato lo scorrere del tempo, abbiamo visto questo mondo coprirsi di ghiacci, una immensa e unica distesa di ghiacci. Poi il tempo ha sciolto il ghiaccio e nel nostro mondo di acqua qualcosa è cambiato. Ci siamo evoluti e abbiamo visto il nostro sogno, ci siamo trasformati, siamo diventati degli esseri raffinati e perfetti. E noi che abbiamo vissuto un tempo infinito in solitudine abbiamo incominciato a vedere altre forme viventi. Come dei, nel volgere di milioni di anni alcuni di noi si sono trascinati fuori dall’acqua e hanno colonizzato la terra che affiorava, respirato l’aria e hanno incontrato nuove forme di vita. Una in particolare ha colpito l’immaginario dei miei progenitori: una specie capace di ricavare sostanze dal suolo, di rendere la terra abitabile a nuove forme di vita, una specie che non sapeva vivere nell’acqua ma comunque amava vivere in ambienti umidi e bagnati. E’ stato amore a prima vista. Il corteggiamento è durato migliaia di anni: loro ci offrivano del cibo che noi non eravamo in grado di produrre e noi procuravamo loro gli zuccheri essenziali per la loro vita. L’amore sottilmente ci ha sempre più uniti, abbiamo capito che non potevamo vivere senza di loro e un giorno abbiamo deciso che questo amore così travolgente, così profondo era per sempre. I nostri corpi si sono uniti, siamo diventati un unico organismo. Un nuovo essere ha visto il colore della luce, ha sentito il freddo, il caldo, ha saputo colonizzare tutto il pianeta, ha saputo frantumare le rocce e creare terreno fertile per altri organismi, ha permesso la nascita delle piante, dei pesci, degli uccelli dalle piume colorate, delle farfalle, delle rane che cantano alla luna, delle lucertole, dei leopardi, delle lucciole innamorate e per ultimi i creatori di sogni: gli uomini. Niente ha potuto fermarci. Noi nuovi costruttori di vita non siamo stati fermati dalla lava trasparente, da meteoriti, da vulcani, da fiumi di fuoco, da bolle di freddo. Forse sto peccando di superbia nel raccontare questa storia, ma scusatemi le storie d’amore non possono mai essere banali, le storie d’amore hanno bisogno di eroi, di luce, di buio, hanno bisogno di sogni, di solitudini, di tristezze, di gioie, di profondità. Ed Io sono il frutto di questa storia d’amore che dura da seicento milioni di anni e che non finirà fino a che questo mondo vivrà.
Torino 8/ 5/2014
I licheni sono organismi derivanti dall’associazione di due individui: un organismo autrotofo, un cianobatterio o un alga, e un fungo, in genere un ascomicete. I due organismi convivono traendo reciproco vantaggio: il fungo sopravvive grazie ai composti organici prodotti dall’attività fotosintetica dell’alga, mentre quest’ultima riceve in cambio protezione, sali minerali e acqua. Tale forma di vita viene chiamata simbiosi mutualistica.

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ANNO DOMINI 1260

 

Sono un nobile signore. Il mio nome è Manfredo del Carretto. Il mio feudo è piccolo, comprende i castelli di Dego, Cairo e Cortemilia. Le gabelle che impongo alle merci destinate ai porti liguri non mi permettono di vivere nel lusso a cui la mia famiglia era abituata. È stato mio nonno Ottone a dilapidare le nostre ricchezze vendendo i diritti signorili su Savona e Noli. E’ per questo che sono qui sul campo di battaglia, con la mia corazza, il mio cavallo roano, la lancia, la spada alcuni miei armigeri e i miei pensieri. Fra poco le truppe del libero comune di Alessandria ci attaccheranno e io difenderò terre non mie. Sono passato da un campo all’altro in questi anni per poter mantenere i miei diritti e ho combattuto molte battaglie. Si sono un mercenario, ma sono stato sempre dalla parte dell’imperatore e combatto sotto le insegne ghibelline. Ho paura, sudo molto e il sudore inzuppa la maglia che indosso sotto la cotta, e penso che tutto potrebbe finire in un attimo. Il mio braccio è vigoroso, il mio corpo possente, le mie gambe scattanti, il mio cavallo mi ha sempre seguito in battaglia e non commette errori in combattimento. Ma la paura non mi abbandona. Paura del dolore, del sangue, paura di vedere le mie viscere, come serpenti, uscire dal mio corpo, paura di vedere le mie mani che tamponano ferite, paura che la mia testa rotoli sul campo di battaglia. La paura è una parte di me. Ho vicino altri cavalieri, sembrano sereni, credo che non abbiano paura. Invece io ho paura di perdere il ricordo di mia madre e le sue parole che mi accompagnavano di sera per farmi addormentare, i canti dei menestrelli durante i pranzi di corte, i miei primi innamoramenti. Io Manfredo ho cavalcato per piacere, per cacciare con cavalieri arditi, e il mio vestire bellissimo colorava boschi e campagne, così come la mia cavalcata piena di maestria come si conviene ad un nobiluomo. Capite nobili signori perché ho paura? Sono sempre stato diverso dagli altri uomini d’armi. Loro pensano solo al campo di battaglia, alla gloria, al vessillo issato sul torrione del castello conquistato, al rumore sordo delle lame che si incontrano, al sangue, ai contadini sgozzati, all’amore frettoloso e volgare con donne incontrate nelle campagne e violentate, o dame prese con forza con ancora la cotta addosso. No, sono diverso. Ho avuto un maestro di nome Rambaudo, mi ha insegnato a leggere testi antichi, ho ascoltato il suo poetare, il suo cantare composizioni di guerra ma anche d’amore, mi ha insegnato la poesia provenzale, mi ha parlato di terre lontane, mi ha insegnato ad amare il mare, con Lui ho cavalcato e ho imparato ad usare la spada. Perderò questo ricordo se una freccia, o una lancia, o una clava offenderanno il mio corpo. Il cavaliere al mio fianco si toglie l’elmo e beve dalla fiasca, il vino si mescola con i suoi umori, ride sguaiatamente e ci ricorda che stasera avremo dame a disposizione. Se tutto andrà bene voglio solo ritornare al castello di Olmo Gentile e vedere il volto della persona che amo. Si chiama Matilde ed è nata da un ramo cadetto della nostra famiglia, ha capelli biondi e gli occhi azzurri. Quando la guardo i suoi occhi sorridono, anche Lei ama la vita, il canto, la poesia ma anche i banchetti, la cacciagione, gli intingoli, le erbe dell’orto, i dolci, il vino. Lo stendardo sulla mia lancia l’ha legato prima della mia partenza. E’ rosso con un cerchio azzurro che racchiude un liocorno. La porterò sulle mura del castello a vedere le alte colline che circondano il cono su cui sorge il borgo e il maniero, le racconterò di come sono stato bravo in battaglia e di come il suo pensiero mi ha salvato dalle frecce del nemico e così assaggerò i suoi baci e le sue voglie d’amore, sentirò il fremere dei suoi sensi crescere e travolgere i miei pensieri e diventerò l’amante più felice della terra. Mentre questi pensieri mi avviluppano sento il grido di battaglia e le urla dei cavalieri. Lancio il cavallo al galoppo giù dalla collina, la mia picca si infila nello stomaco di un fante che voleva tagliare i tendini al mio animale, con la spada riesco a ferire un cavaliere che mi ha affiancato, sono circondato dal frastuono, dal puzzo della battaglia, dal rumore delle corazze, dalle urla dei feriti, getto a terra due armigeri, ma la freccia di una balestra colpisce il fianco del mio cavallo che si imbizzarrisce, quasi vengo disarcionato, gira in tondo poi si lancia verso le picche dei cavalieri nemici. Una lancia mi colpisce un fianco e vengo disarcionato. Forse sto morendo, vedo masse confuse, il dolore è insopportabile. Il sangue bagna il terreno. Un cavallo sta galoppando verso il mio corpo riverso. Lo percepisco dalla massa scura che avanza. O forse è la morte che sta arrivando. Adesso capite perché avevo paura. Sono l’unico cavaliere che in battaglia ha paura. Anzi che aveva paura. Non sento più dolore, la paura mi ha abbandonato, mi rimangono i pensieri d’amore per la mia dama, per le mie terre, per l’odore del fieno, per le nuvole in cielo, per le stelle, per il colore dei papaveri e dei fiordalisi, per i grappoli d’uva, per il vino. Dove andrò non ci sarà più la paura, la fame, le guerre. Solo il sorriso della mia Matilde. Sono un nobile signore, il mio nome è Manfredo del Carretto. Torino 5 maggio 2014

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                      Paolo Uccello: La battaglia di san Romano

Il mio nome è Marsia

Mi chiamo Marsia e sono un satiro. Sono appeso ad un pino davanti alla grotta da dove nasce il fiume che prende il mio nome. Preciso: è la mia pelle e piccoli pezzi del mio corpo che sono appesi. Apollo, si proprio il dio Apollo, mi ha scorticato. Ed io che sono un semidio non posso morire fino a quando ci sarà qualcuno su questa terra che mi ricorda. Mi ha scorticato perché ho peccato di superbia. E’ questo che mi fa soffrire, il sapere di aver sbagliato. Ma lasciatemi raccontare cosa è successo prima di giudicarmi. Atena un giorno inventò uno strumento a fiato il flauto e prese a suonarlo. Il suono era meraviglioso e al termine di un banchetto su nell’Olimpo, Zeus pregò la dea di suonarlo. Atena accettò di buon grado, la musica era meravigliosa però Era e Afrodite si misero a ridere. Vi immaginate Atena come reagì nel vedere le due dee ridere di Lei? Come una furia lasciò il banchetto e prese a girare tra i boschi. Raggiunto un laghetto si sedette e si mise a suonare. Mentre suonava il suo sguardo si posò sulle acque e subito capì perché l’avevano derisa: per suonare il flauto le sue gote si gonfiavano e si riempivano di rossore. Il suo viso perfetto veniva deformato dal suonare quello strumento. Stizzita gettò a terra il flauto e ritornò sull’Olimpo. Io, il satiro Marsia, ebbi la sfortuna di trovarlo e incuriosito provai a suonarlo. Dopo vari tentativi la musica incominciò a diffondersi nella aria e le ninfe rimasero incantate dal suono melodioso che il flauto produceva. Vi confesso che ho dedicato molto tempo a quello strumento ma giorno dopo giorno diventai sempre più bravo e la musica si diffondeva melodiosa nei boschi. Gli uccelli smettevano di cantare, le bestie venivano ad ascoltare, il vento smetteva di soffiare, le fiere si ammansivano, le ninfe mi donavano baci e carezze dopo ogni esibizione. Ma quando si diffuse la voce che un satiro suonava melodie meravigliose gli umani presero a venire nel bosco per ascoltarmi, e maledetti loro, incominciarono a dire che suonavo meglio di Apollo, che la mia musica era divina e che rendeva reali i loro sogni. Io nella mia infinita superbia non smentii le loro parole, anzi credetti alle loro lodi e vi confesso, che sono ancora convinto di suonare meglio del dio. Apollo, saputa la cosa, venne sulla terra e mi sfidò in una gara musicale. Invece di rifiutare dichiarandomi subito sconfitto, accettai la sfida. Sfidare un Dio! Ma come ho potuto essere così superbo! Apollo dichiarò che se avessi vinto mi avrebbe portato sull’Olimpo innalzandomi al rango di dio, mentre se la vittoria fosse toccata a Lui avrebbe potuto fare di me ciò che voleva. Apollo decise che le Muse avrebbero decretato il vincitore. Suonai in maniera incantevole. Il suono della canna perforata raggiunse il sole colorò i sogni, le acque del fiume smisero di scorrere per ascoltare la mia musica, le nuvole scomparvero, la foresta tremò di gioia, le muse rapite gridarono il loro amore. Ma non uscii vincitore dalla sfida perché Apollo con la lira suonò in maniera celestiale, la sua musica si trasformò in magia e un incantesimo avvolse la terra. Le Muse non vollero decretare un vincitore. La sfida era finita in parità. Naturalmente Apollo non accettò il verdetto e decretò che ci sarebbe stata una seconda prova dove, oltre al suonare, i contendenti potevano anche cantare. IL mio destino era segnato, non poteva che essere Lui il vincitore. Non potevo suonare e cantare contemporaneamente con il mio flauto, mentre Lui accompagnò la musica della sua lira con un canto così soave da far piangere il cielo, e le orecchie delle ninfe e le orecchie dei satiri ascoltavano e nutrivano il suono e i petali dei fiori cambiarono di colore. Venni scorticato e a niente servirono i pianti delle ninfe, dei satiri, e dei fauni che chiedevano pietà al Dio. Dalle loro lacrime nacque il fiume che ora ha il mio nome: Marsia. Se passate presso il fiume percepirete la musicalità delle sue acque. E’ quello che rimane del mio corpo che produce queste note cristalline. Così volle il fato.

Il mio nome è Ruggero, Ruggero Bacone.

Il mio nome è Ruggero, Ruggero Bacone. Sono un frate francescano e mi trovo imprigionato in questa fredda cella per una accusa ingiusta, malvagia. Persone del mio stesso Ordine mi hanno accusato di stregoneria. Era verso sera, le ombre si allungavano sul pavimento a Oxford, stavo raccontando ai miei studenti del pensiero di Aristotele, del perché un oggetto tenda ad evolversi in un certo modo e non diversamente. E tra di me pensavo che il maestro era mal tradotto e ignorato dalla chiesa, quando entrarono nell’aula due dignitari e guardie armate e mi invitarono ad uscire. Sono stato condotto in questo edificio e rinchiuso in questa stanza fredda, con un letto e un buiolo. Mi portano regolarmente da mangiare, non patisco il freddo dell’inverno e sono riparato dalla neve che sta cadendo. Non mi hanno rinchiuso in una cella delle prigioni reali, dove sarei morto in poco tempo, per il mio stato di ecclesiastico. L’accusa di stregoneria o meglio l’accusa di diffusione di idee dell’alchimia araba è una accusa infame. Non sono uno stregone, ho solo approfondito studi sulle scienze naturali. Le menti del mio tempo credono che in natura tutto avviene per grazia di Dio o in sottordine per ordine dell’Imperatore, e la potenza e la grazia divina si sviluppano attraverso il miracolo. Non sono forse miracoli, gridano nelle chiese i teologi: il fulmine che incendia le case, la pioggia, la neve o il sorgere del sole, o la guarigione di un ammalato? Le masse del popolo sono bramose di miracoli e i miracoli da contemplare non sono mai abbastanza. Io francescano credo profondamente in Dio creatore ma sono convinto della verità di Giovanni de Dondi che scrive che in ogni cosa della natura esistono fatti meravigliosi che non sono miracoli ma superbi fenomeni che l’uomo con il suo intelletto e pensiero può studiare. Ecco perché, io Ruggero, credo fermamente in Aristotele e Alla sua esperienza. Lui afferma che l’uomo è quotidianamente circondato dai miracoli ma se acquistiamo familiarità con essi molte cose perdono l’aspetto meraviglioso, miracoloso e incomprensibile, diventando fenomeni spiegabili. E cosi non ci spaventiamo più, possiamo cercare di spiegare le cose. Ma perchè è così terribile studiare e capire la natura e i suoi miracoli? Quelli che mi hanno imprigionato ricercano quotidianamente i miracoli, sfruttano i miracoli inventati, non per studiarli ma per usarli e così ingannare il popolo e procurare denaro per le loro chiese.

E’ vero che ho cercato un a pozione per rendere immortale l’uomo, questo lo confesso, ma scusate se i serpenti i cervi e le aquile prolungano la loro vita con erbe e pietre perché non possiamo studiare questi fenomeni per aiutare l’uomo? Ma non voglio raccontare o parlare con i miei confratelli del mio pensiero perché altrimenti verrei subito mandato al rogo. Nel futuro dell’uomo vedo che si arriverà a costruire macchine capaci di spingere grandi navi molto più veloci di quelle spinte dai rematori e bisognose solo di un pilota chele diriga. Arriveremo a imprimere ai carri incredibili velocità senza l’aiuto di alcun animale. Arriveremo a costruire macchine alate capaci di sollevarsi nell’aria come gli uccelli. Questa è la mia visione. Mentre faccio questi ragionamenti sento delle voci allegre fuori dalle mura che mi imprigionano. Mi affaccio alla finestra della stanza e capisco il perché di questa allegria. Nobili dame e nobili signori stanno giocando e si lanciano palle di neve. Il manto nevoso copre la campagna e abbellisce le piante. Le nubi si stanno diradando e si intravede il sole. Le palle volano in cielo e poi si abbassano. La terra è rotonda come la palla di neve che quella donna riccamente vestita sta tirando al signore. Il mio maestro Aristotele scrive e dimostra che la terra è rotonda ma quasi tutti affermano che invece è piatta. Questo è ignoranza, quasi tutti i religiosi non vogliono conoscere la verità e preferiscono il racconto e la leggenda, alla filosofia e alla conoscenza. Ma il mio sguardo è sempre più attratto dalle palle di neve che volano in cielo e improvvisamente penso: e se la terra non fosse immobile al centro del cielo ma ruotasse intorno al sole? No, non posso pensare a questa cosa, certe volte la mia mente esagera nelle sue visioni. Questo si che è un pensiero che, se rivelato, porta alla morte. Meglio guardare il gioco dei nobili e gustarsi la vita che scorre.

Torino 16 marzo 2014                                                                          Enrico garrou

Questo racconto nasce dopo aver visto questo quadretto nella vetrina di un antiquario a Bressanone. Sono rimasto colpito a pensare che nel medioevo si giocasse con le palle di neve. Ma è vero che il gioco è nato con l’uomo.

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Nascita della ninfa Anthea

L’incantatore pazzo, signore dei sogni e delle follie, un giorno, non sopportando il peso della solitudine si recò nella foresta incantata ed incominciò a fare mirabilie. Vennero I tassi e gli scoiattoli, vennero i cinghiali e gli ermellini, vennero i carabi signori della terra, vennero i serpenti capaci di grandi desideri, per osservare le sue follie. Lui fece cadere il rosso nel blu del cielo, rese trasparente il profumo dei fiori e costruì un altare di cristallo nel mezzo della radura. Subito arrivò il vento sul suo carro incantato, piegò le piante, si infilò nelle fessure, svegliò gnomi e fate e sibilando chiese a cosa serviva l’altare. L’incantatore spiegò che l’altare era per una ninfa così bella, ma così bella da offuscare il sole. Rise forte il vento e tutta la valle tremò, ma l’incantatore continuò il suo sogno. Venne il pastore della foresta ed ebbe la stessa risposta. Se ne andò borbottando, chinandosi ogni tanto per accarezzare i piccoli pini che crescevano, per sussurrare parole d’amore ai muschi, per parlare di sole alle foglie. Passarono i giorni, i mesi, e l’incantatore era sempre lì, fermo vicino all’altare con i piedi affondati nel terreno, i vestiti marci di pioggia, le membra secche come i rami degli alberi, santo in una foresta di santi, vibrante di magia, sudato come il peccato.

 Lei si autocreò rubando il pensiero che giorno dopo giorno le veniva srotolato dal sogno, succhiando l’amore che l’incantatore le donava. Bella, morbida come i desideri, leggera come le piume, stupita come le montagne, con la pelle bianca come la neve, gli occhi colorati come i boschi, i capelli pieni del nero del cielo, stellata come una calda estate. L’incantatore sorrise, l’aiutò a scendere dall’altare e le mostrò il creato. Ogni personaggio della foresta rimase incantato e lodò l’incantatore per quanto aveva creato. Le fate aumentarono il loro chiaccherio ammirate; i serpenti le vollero donare subito il frutto del peccato, gli gnomi cercarono sulla luna una pietra preziosa per farne un anello da metterle al dito, il pastore dei boschi le donò un vestito raffinato fatto con i licheni, il vento le portò il fruscio sottile dell’innocenza e le piante fecero una danza per coprire di riso le sue labbra. Ma il sole, il sole rosso d’amore, la volle tutta per se e afferratala per i capelli la portò sul suo carro e fuggì.

L’incantatore pianse forte e la sua malinconia era così grande che i fiori non aprivano più i petali e le farfalle non volevano più volare. Ogni mattina supplicava il sole di restituirle la ninfa ma questi era irremovibile e con la bella al fianco, si alzava in cielo sul suo carro d’oro.

Per giorni e giorni l’incantatore pazzo combattè contro i ricordi, contro le ossessioni, uccise i colori negativi, si avviluppò in quelli positivi, pianse, gridò e alla fine seppe. Uscì dal torpore gridò la sua gioia e incominciò a preparare l’incantesimo. Cancellò con spugne d’oro le stelle e la luna e creò un buio feroce che imprigionò il sole e così potè salire sul suo carro e riprendere il frutto del suo amore. Pianse il sole, pianse e chiese perdono all’incantatore. Gli fu concesso il perdono e il buio svanì. Le piante ripresero a parlare, gli animali a giocare, gli uomini a lavorare.

Lui porto la ninfa nella radura la baciò, le disse parole d’amore e entrambi non capirono più dove fosse il cielo e la terra, quale fosse il bene e il male, l’albero dell’amore coprì il cielo, alcune stelle caddero, il mare urlò forte e il vento fece crollare diverse montagne. La bella seppe di essere amata, seppe che l’incantatore era la sua vita e si addormentò felice.

Torino 6/3 /2014

Le ninfe erano bellissime ragazze che si dice terrorizzavano i viandanti che attraversavano i boschi. Ma alcune erano ninfe “buone” e donavano protezione e passione ai forestieri. Le più famose erano Callisto e la sorella Anthea. Il 23-3-1987 avevo scritto una poesia su un incontro tra la ninfa Anthea e un sognatore. Ho ripreso questa poesia e l’ho rivisitata per raccontare questa storia d’amore. E’ nato questo racconto giocato molto sulla musicalità delle parole in onore di Anthea.