L’aeronauta Andrèe

SAAndreeAugust Salomon Andrèe è un esploratore svedese nato a Granna il 18 ottobre 1854 e scomparso nelle terre artiche nel 1897. Dopo essersi laureato in scienze fisiche preparò la memorabile spedizione al polo Nord con il pallone aerostatico a idrogeno “Aquila” che Partito dalla baia della Vergine nelle Svalbard, in compagnia degli scienziati Nils Srindberg e Knut Hjalmar Ferdinal Fraenkel, avrebbe dovuto sorvolare il polo Nord e atterrare in Canada. Il progetto fu accolto con entusiasmo, ma dopo che furono decollati da Svalbard nel luglio del 1897, il Pallone perse velocemente idrogeno e si schiantò sulla banchisa dopo soli due giorni. Gli esploratori rimasero illesi ma dovettero affrontare una estenuante marcia verso sud sul ghiaccio alla deriva. L’abbigliamento e l’equipaggiamento inadeguati non permisero loro di fare ritorno. Per 33 anni il destino della spedizione Andrèe rimase uno dei misteri irrisolti dell’Artide. Nel 1930 una spedizione norvegese imbarcata sulla nave Bratvaag si recò nell’isola Bianca e il 5 agosto ritrovarono le salme degli esploratori. Accanto a loro furono rinvenuti i diarii in gran parte conservati e numerose foto conservate nella macchina fotografica di Andrèe. In suo onore ho scritto questa poesia che propongo:

 

Il sogno di Andreè
Era un vortice di neve a offuscare il mio sguardo
o il freddo che mi bruciava i polmoni,
no forse era la morte, bianca come la neve
fredda come il ghiaccio, candida come un cigno,
avvolta in un mantello di vento,
che veniva a portarmi via per farmi vedere,
un attimo prima di spegnere il cuore,
quel Polo tanto agognato e non raggiunto.
Eravamo partiti in tre su un pallone aerostatico,
con un nome augurante: “Aquila lo avevo chiamato”
dentro un cesto, una culla piena di sogni,
sogni fatti da bambino che si erano avverati.
Raggiungere il polo volando, un desiderio realizzato
trasportati dal vento, angeli bianchi in un cielo bianco
come quel tappeto di neve, di ghiaccio sotto di noi.
Ma il fato non sempre premia gli eroi, o forse li crea
perché il volo fu brutalmente interrotto,
ci ritrovammo sul ghiaccio, in mezzo a una nebbia
che ci nascondeva al mondo, nascondeva i pensieri.
Camminammo, mangiando foche e orsi, lottammo
finchè quel bianco, quel freddo, quel senso di gelo,
si, veramente era la morte che mi aveva trovato
che adesso mi ghermiva, sentivo i suoi artigli sul cuore,
gli dei non volevano che un uomo raggiungesse
il polo terrestre là dove si congiunge con il polo celeste.
Enrico Garrou (23/1/2015)

L’aquila sul pack

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Il mio nome è Franchetta, Franchetta la strega.

(Anno Domini 1587) In montagna, a luglio , al mattino l’aria è fresca. I prati sono pieni di fiori e di erbe. C’è la genziana, l’arnica dai fiori arancione, i barbabuc, l’eufrasia dai fiori delicati con corolle bianche screziate di giallo e due petali viola, il petrosello, i gigli, i narcisi, la strigonella, insomma un mare di colori. Sto raccogliendo erbe lungo le pendici del monte Saccarello, erbe che mi serviranno per curare i malanni miei e della mia famiglia. Le donne di Triora sanno distinguere le erbe medicinali, e fin da piccola mia mamma, mi ha insegnato a riconoscere le erbe e a farle macerare per ottenere unguenti e olii. Oggi devo raccogliere i bulbi dei gigli, quelli con i fiori viola, perché ormai ho sessanta anni e l’età mi procura male ai reni e i bulbi lessati mi fanno urinare e mi sento subito meglio, poi dovrò cercare della genziana, le sue radici sono curative quando si ha la febbre. Raccoglierò anche le castagne cadute dalle piante dei miei terreni, le castagne sono un dono di Dio perché seccate si conservano tutto l’anno e vengono mangiate nel latte mentre una parte viene macinata e la farina ottenuta verrà utilizzata durante l’inverno. A dir il vero le castagne non sono mai state il mio alimento principale perché appartengo a una facoltosa e nobile famiglia di Triora, paese che è sempre stato ricco, al centro dei traffici tra la costa, il Piemonte e la Francia e che Genova considera il suo granaio, ma una terribile carestia flagella il paese da ben due anni e molti bambini e adulti sono morti di stenti e anche noi incominciamo a patire la fame. Mentre sto scavando nel terreno per recuperare i bulbi vedo avanzare una guardia, la conosco arriva da Genova, mi chiama e mi invita a seguirlo. Il mio cuore batte più forte, non capisco cosa vuole da me, non vorrei che la mia persona fosse collegata al caso di alcune donne del mio paese fatte arrestare perché accusate di essere delle streghe. Sono finite in carcere ben tredici donne, tre ragazze e un ragazzino. Si mormora che siano state torturate e una mia amica, Isotta Stella, a causa delle torture è morta e un’altra, per fuggire all’inquisizione si è gettata dalla finestra e non è sopravvissuta. Il prete, nella predica domenicale, ha detto che hanno preferito morire piuttosto che tradire Satana ma non posso pensare che fossero veramente delle streghe. Le altre adesso sono rinchiuse in due case del paese che sono state adibite a prigione. Provo a parlargli ma lui non risponde, dice solo che saprò tutto quando parlerò con tal Giulio Scribani mandato da Genova per sostituire i precedenti inquisitori.
Ho il cuore in gola, di questi tempi c’è da aver paura di tutto. Arriviamo ad una casa all’inizio del paese, mi fa entrare in una stanza arredata con un tavolo, una sedia e un armadio contro la parete. Poco dopo entra un uomo non alto, grasso che si siede e incomincia subito a interrogarmi. Mi chiede se sono io Franchetta Borelli di anni 60 ed io rispondo di sì e gli chiedo cosa vuole da me. Lui quasi urlando afferma che io sono una prostituta e una strega molto potente, protetta da Satana, e che devo confessare i miei peccati, solo così avrò salva la mia anima. Mi sventola sotto il naso un foglio dove si attesta che tredici streghe hanno fatto sotto tortura il mio nome.
Mi getto ai suoi piedi gli dico che sono fandonie di donne gelose perché in gioventù sono stata un bella donna e che è vero, con qualche loro marito mi sono anche divertita, ma che non sono una strega. Non vuole ascoltarmi anzi ordina alla guardia di mettermi sul cavalletto della tortura. Ma prima di portarmi via chiama un brutto figuro e gli ordina di denudarmi e di tagliarmi i capelli e tutti i peli del corpo e subito dopo mi fa indossare una camicia lunga bianca. Vengo trascinata in un’altra stanza dove mi legano mani e piedi a una sorta di banco arcuato in modo da mostrare la schiena ad un uomo armato di scudiscio. E da quel momento sprofondo in un inferno. Incominciano a flagellarmi, la frusta sibila ed io grido per il dolore, sento il sangue scorrere sulla mia schiena, ma ogni tanto lo Scribani ferma l’uomo con lo scudiscio e mi chiede in termini perentori di confessare la mia colpa. Sono come separata dal mio corpo, sento la mia voce supplicare di smettere e affermare che non ho commesso nessun reato, ma lui ribatte che noi streghe abbiamo fatto morire molti bambini e la mia voce risponde gridando che non è vero, io amo i bambini, sono morti per la mancanza di cibo, ma la tortura subito riprende. Svengo parecchie volte, il dolore è insopportabile, mi gettano sul viso un secchio d’acqua e io rinvengo e sento strisce di dolore puro attraversare la mia schiena, desidero morire e prego il buon Dio di mettere fine a questo tormento. Invece prendono le corde che mi legano le mani e le legano a un perno su una ruota che a un cenno dello Scribani, viene fatta girare facendo si che il mio corpo venga tirato. Mi sento morire le braccia si tendono, il mio corpo a ogni giro di ruota fa più resistenza e alla fine le ossa delle braccia escono dalla loro sede. Le urla salgono al cielo e svengo di nuovo. Ogni tanto una voce mi parla, così mi sembra e afferma che noi streghe rendiamo disgustoso il latte materno, che inaridiamo le mammelle delle mucche, che con pozioni a base di belladonna e stramonio ci abbandoniamo ad orge sfrenate e ci accoppiamo con il diavolo. Ed io nego gli dico che non ho mai partecipato a nessuna orgia ma non mi ascoltano, mi infilano aghi sotto le unghie dei piedi, mi schiacciano i pollici, mi bruciano le piante dei piedi, ma ormai non sento più il dolore. Anzi forse sono impazzita perché mi scappa da ridere, il mio corpo è come anestetizzato. Non sento più male, mi freno perché se mi sentono ridere penseranno che sono invasa dal demonio e la mia vita finirebbe immediatamente. Lo Scribani mi chiede ancora come mai se non sono una strega i bambini nascono morti ma non riesco più a parlare, ripeto dentro di me che solo noi donne sappiamo far nascere i bambini e loro con la scusa delle streghe hanno imprigionato le levatrici del paese e adesso le donne partoriscono nella stalla in mezzo al letame ed è per questo che i bambini muoiono. Ogni tanto chiedo con voce strozzata dell’acqua ma non ottengo risposta.
La tortura si prolunga per 21 ore e visto che non parlo finalmente mi tirano giù dal cavalletto e sorreggendomi perché le piante dei miei piedi bruciati non mi permettono di camminare, mi fanno sedere ad un tavolo e mi danno da mangiare una minestra di pane sbriciolato, poi mi mettono in una cella. Mio fratello era stato avvertito nel frattempo della mia prigionia e aveva pagato una forte somma per il mio rilascio, infatti una mattina mi trascinano fuori ed io posso riabbracciare la mia famiglia. Questa è la mia verità, noi donne siamo sempre accusate di ogni male perché conosciamo le proprietà delle erbe, perché facciamo nascere i bambini, perché siamo coloro che curano le malattie ma in questo mondo la conoscenza delle donne spaventa e quindi veniamo additate come quelle che hanno venduto l’anima a Satana e di conseguenza ci torturano, ci bruciano o ci fanno morire in cella. Questa è la verità non credete a quegli aguzzini, guidati da quel pazzo dello Scribani, sono solo dei sadici appoggiati da una parte del clero e del popolo, perché la donna è considerata un essere inferiore e deve stare sottomessa all’uomo.
Enrico Garrou 25/7/2014
Delle donne imprigionate non si ha notizia ma sembra che nessuna fu condannata a morte dal San’uffizio. Di Franchetta si sa che visse ancora alcuni anni e fu sepolta alla sua morte cristianamente.

Questo racconto è dedicato ad una strega che mi ha rapito il cuore.  E.G.

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il salto dei covoni

L’erba nei prati è alta. Il candore bianco che ha coperto per mesi il mio paese è diventato un verde intenso, costellato di fiori dai colori vivaci. Stiamo pranzando e mia madre mi chiede di andare nei prati, prima che le erbe vengano tagliate, a raccogliere semi di cumino. E’ il periodo della raccolta dei semi per preparare il Kummel. Costeggio il prato per non calpestare l’erba. Accarezzo quel verde, ammiro i colori, sento i profumi. Trovo facilmente piante di cumino in quanto hanno una infiorescenza ombrelliforme con tanti fiorellini bianchi e raccolgo molti semi. Per l’inverno mia madre agli ospiti potrà offrire oltre che il genepy e il serpillo anche il kummel. Il prato si arrampica sulla montagna.  La cosa che mi affascina di più guardando quel mare colorato di verde, di giallo, di arancione e di azzurro è il pensare che fra qualche giorno arriveranno uomini e donne e incominceranno a tagliare con una lunga falce l’erba. E’ un lavoro metodico, gli uomini avanzano salendo su per i prati e in maniera ritmica con ampi movimenti delle braccia alzano e abbassano la falce, uguale a quella che tiene tra le mani la Morte nei quadri, e l’erba tagliata alla base si ammassa al suolo. La falce nelle mani dei contadini fa pensare alla morte ma qui si tratta di vita. L’erba viene fatta seccare sul prato e poi accumulata in grossi covoni e in seguito portata a spalle nel fienile. L’inverno sarà dolce per le mucche che avranno cibo a volontà. Nella semi-oscurità della stalla il profumo del fieno farà loro ricordare l’estate, gli alpeggi, la libertà, le lotte per stabilire chi è la regina e ha quindi il diritto di guidare le altre nei pascoli alti. Ma a noi ragazzi quel prato ha un significato più profondo in quanto rappresenta il punto di incontro dei primi amori. Infatti passato qualche giorno dal taglio dell’erba, i contadini con grandi rastrelli la accumulano creando dei piccoli covoni di fieno alti circa un metro. Le donne faranno meno fatica a caricare, su appositi legni, il fieno per portarlo nei fienili nei giorni successivi. Quei covoni nei campi sono per noi ragazzi una magia. Nella notte si invita la ragazza che ti fa battere forte il cuore a fare una passeggiata lungo il sentiero che costeggia il prato. Si scherza ci si tiene per mano ma arrivati sulla sommità della collina e ascoltato per un attimo il canto del silenzio, si incomincia a correre verso valle a perdifiato; e mano nella mano si saltano i covoni. Naturalmente molti covoni vengono disfatti e immaginiamo già le urla dei contadini, le sgridate delle nostre mamme, ma con nella voce un fondo di invidia perché a loro non è più permesso di farlo. Ma dopo l’ultimo covone ci si lascia cadere nel fieno, gli occhi negli occhi, i fiordalisi sulla fronte della ragazza e le tue labbra subito che cercano le sue. La notte sui campi ti culla, percepisci Il profumo dell’erba, il profumo della ragazza, il battito forte del cuore e la luna, le stelle riempiono la tua mente e ti sembra di essere in paradiso. Anzi sei in paradiso, sei un signore grande che ha il mondo nelle mani, hai volato, hai pensato, hai baciato, hai provato a diventare adulto. E sai che il gioco dell’amore continuerà dopo quando il fieno verrà portato nei fienili per farlo seccare completamente e per stoccarlo. Li il giocare toccherà vette alte di ebbrezza: si va con le ragazze nel fienile si sale al piano superiore dove ci sono le balle di paglia e poi si salta giù nel fieno. E’ un grande tuffo sembra di tuffarsi nel mare, si affonda in quel morbido cuscino e subito dopo si cerca la compagna per un gioco condotto senza conoscere le regole con l’infinita ignoranza di cosa si deve fare. Non solo le labbra accarezzeranno altre labbra ma anche le mani proveranno piaceri strani, sentirai il vento nel tuo cuore e diventerai per qualche attimo il signore del creato. Non stelle in cielo, ma occhi da fissare, pelle bianca da accarezzare, provare il gioco sottile dei sentimenti, è una metamorfosi la tua e niente sarà più importante di questo nella tua vita, sei come la farfalla che esce splendente dal bozzolo e felice vola. A casa La mamma capirà tutto, perché il tuo maglione ha frammenti di fieno e sarà un po’ triste al pensiero di questo figlio che cresce. Questo mondo è bellissimo.

Ghigo di Praly, giugno 1966                                         Enrico garrou

Anni fa tutto accadeva in armonia con la natura. Adesso il mio mondo è cambiato. Per questo scrivo quanto ricordo della mia infanzia come testimonianza di un tempo finito.

Il grande bisonte bianco

Ho perso la cognizione del tempo perché il mio cervello è impegnato nella ricerca della preda. La neve è caduta copiosa, tanta neve sul suolo, sulle piante. Neve soffice, leggera. E’ un mondo bianco. Al mio passaggio si alzano cristalli di neve che il sole rende luccicanti come stelle. Non ho pensieri tranne l’ossessione per la preda, e la consapevolezza del mio corpo perfetto che non sente stanchezza, in perfetta armonia con il movimento degli arti. La felicità per questo stato di grazia mi pervade e sto volando su questo manto bianco. Odore di neve, di resina dei larici e degli abeti, e molecole del profumo della preda. Forse è solo la mia mente che immagina la sua presenza. No, so che si trova lungo il sentiero che sto percorrendo. Nella mente mi ripeto un mantra: sono Manitù, il grande bisonte bianco. Niente può fermare un dio nella sua caccia. E volo, volo in mezzo ad una abetaia. Ogni tanto i rami lasciano cadere masse di neve. E’ un suono armonioso, lieve, neve così leggera che cade e si distende subito. Cristalli di luce impalpabili come i miei pensieri. Entro in una radura: una lepre lascia leggere tracce mentre cerca una via di fuga. Non sei tu che cerco, la mia preda è molto più grossa, leggiadra, così importante da meritare l’attenzione da parte di un dio. Si sono il bisonte bianco, ora ne sono consapevole. La radura è presto superata e attraverso un piccolo bosco di faggi. Così spogli con foglie secche ancora attaccate ai rami e fili di neve che li coprono. Sopra le piante un filo di fumo. Presenza di abitazioni, di camini di caldo, di cibo. Ma non ho freddo il mio corpo è perfettamente isolato dal gelo esterno e non patisco la fame. Sono così eccitato dalla caccia che non provo altri stimoli. Passo veloce tra grossi pietroni semi-sommersi dalla neve. Cumuli che escono fuori dalla distesa bianca. Sono come pensieri puri che affiorano dal vuoto della mia mente. Cercano di crescere ma rimangono dove sono a giocare tra loro, senza prendere coscienza e attenzione da parte mia. Il fiato si condensa, diventa una nuvola che subito scompare per apparire un istante dopo. Va veloce, con passo regolare, tutti i tuoi muscoli sono in movimento, la tua falcata è regolare, va che la preda si sta avvicinando, mi ripete una voce nella mente. All’inverso c’è un villaggio. Case in pietra, travi robuste per sopportare un tetto di lose carico di neve. Passo su un piccolo ponte in legno che scavalca un torrente gelato. L’acqua scorre sotto lo strato di ghiaccio, coperto da neve, ma ogni tanto affiora in piccole pozze, laggiù dove il sole è riuscito a vincere il freddo e a farsi strada. Bolle si formano e scompaiono al passare della corrente sotto una lastra di ghiaccio sottile e trasparente come il vetro. Sul villaggio volano alcune cornacchie. Emettono un grido fastidioso. Forse vogliono spaventare gli abitanti del villaggio gridando con la voce rauca che qualcosa di brutto sta per capitare al loro mondo, o forse bisticciano tra loro. Uccelli strani le cornacchie, il loro saltellare, quel muovere la testa da un lato per guardarti in modo beffardo. Sono più simile all’aquila, il suo volo è lento, alto, ha la capacità di osservare le cose con distacco. Ma cosa penso mi chiedo, sono un dio e gli dei non possono fare e avere preferenze. Per un attimo non ho pensato alla preda, un pensiero è riuscito a bucare il vuoto della mia mente e a distrarmi dal sottile gioco della caccia. Eppure adesso percepisco l’odore della preda con più forza. Non è molto lontana. Il suo corpo emette molecole che il vento consegna al mio olfatto. Continua la rincorsa, sono veloce, il mio corpo risponde perfettamente alle sollecitazioni del terreno, io sono il bisonte bianco, io volo sopra la neve, stasera stregoni indiani festeggeranno la mia vittoria e danzeranno in mio onore. Ecco la mia adesso è una danza su un palcoscenico bianco, gli abeti hanno lasciato il posto a qualche larice, e posso vedere chiaramente un punto scuro davanti a me. Sto raggiungendo la preda, sono stato bravo nella mia corsa, ma devo ammettere che la neve farinosa mi ha avvantaggiato. Riprendo coscienza del mio stato. Non sono un bisonte, non sono un dio, ma un ragazzo felice che scivola su un paio di sci da fondo, adesso riconosco, non la preda, ma la persona che il mio cuore ama ma non so se ricambiato, che scivola con eleganza sugli sci. La pista è perfettamente battuta affianco Simona, ci fermiamo lei mi gratifica di uno splendido sorriso, i suoi occhi ridono, ha le guance arrossate, è così bella che vorrei abbracciarla, trascinarla sulla neve, giocare con lei, baciarla. Ma riesco solo a dire: “Ciao, sono felice di averti incontrato, facciamo l’ultimo tratto di pista insieme?” Accetta. E pensare che pochi istanti prima ero un dio e adesso sono solo un giovane ragazzo innamorato. (Ghigo di Prali, gennaio 1988)
Enrico Garrou

La festa per l’uccisione del maiale.

Vengo svegliato da un rumore sordo. Nei loro letti i miei due fratelli dormono beati. Siamo tutti coperti con trapunte di lana e nel letto c’è un bel tepore.  Così non si può dire nella stanza. La stufa a segatura nella notte si è spenta e non riesco a vedere fuori dalla finestra se la neve continua a scendere perché i vetri sono opachi per il ghiaccio. Il rumore, sembra il grido di un bambino, si ripete ma sento anche voci di persone. E’ strano, siamo 272 anime in un paese sperduto di montagna e in pieno inverno i rumori sono rarissimi. Esco fuori dal letto e velocemente mi vesto. Sono curioso devo andare a vedere cosa succede. I miei fratelli continuano a dormire. Mia Madre si è svegliata e approva la mia uscita. Fuori c’è una nebbia fitta che attutisce i suoni e le figure ma intravedo delle persone lungo la strada che da casa mia porta alla nostra chiesa. La neve non cade più e il sentiero non ancora pulito dalla neve caduta è quasi scomparso. Cammino a fatica in mezzo a uno spolverio di neve. Neve farinosa, alzo ad ogni passo miliardi di cristalli. Amo follemente la neve. E’ parte integrante della mia vita. Ci sono due uomini che trascinano una grossa slitta e dietro riconosco i Pascale. Lui minatore, la moglie e i due figli grandi. Uno, Gino è il panettiere del paese, l’altro Dino fa il contadino come la madre. Adesso so l’origine del suono strano. Legato sulla slitta c’è un enorme maiale. Nella stalla veniva tenuto in un piccolo recinto e alla sera quando si andava a prendere il latte, la visita al maiale era una consuetudine. Noi ragazzi gli davamo da mangiare foglie di rabarbaro, per sentire i suoi grugniti di approvazione. Il freddo è pungente e l’animale emette un suono simile a un lamento. Non è mai stato fuori dal tepore e dalla penombra della stalla e per lui non deve essere piacevole sentire il freddo e essere legato. Chiedo stupito a Dino dove portano il maiale e lui mi risponde tutto contento che vanno ad ucciderlo per fare i salami. Anzi mi dice di avvertire i miei in quanto siamo invitati alla grande festa che si terrà dopo la macellazione del maiale. Capisco perché è felice. Per i Pralini il maiale è fonte di vita, e non si getta via niente tutto si utilizza. Salami e patate bollite sono uno dei piatti soliti delle nostre tavole. Vicino all’ingresso della chiesa Valdese c’è uno spiazzo dominato da un grosso albero. La slitta si ferma e una grossa fune viene fatta passare sopra il ramo più grosso. Ad una estremità c’è un grosso uncino che viene infilato tra le corde delle zampe posteriori del maiale. Dall’altro capo in cinque o sei ci mettiamo a tirare la corda e il maiale sale verso il cielo ma a testa in giù. Intanto sono arrivati le ragazze e i ragazzi del paese e l’atmosfera è molto allegra. C’è Marilena e la sua amica Anna. Hanno la mie età e sono molto carine. Hanno guance arrossate dal freddo e i denti bianchissimi spiccano quando sorridono. I loro occhi azzurri mi fissano e sorridono. Forse riuscirò a strappare un bacio nel fienile a una delle due a festa finita. Il maiale grida sempre più forte. Ha sicuramente capito che sta succedendo per lui qualcosa di brutto. Ci sono parecchi Pralini e il signore Guener che è un vecchio barbet (Anziano che è diventato un punto di riferimento per i compaesani), si avvicina alla testa del maiale con un grosso coltello in mano: due tagli netti e dalla gola del maiale inizia a colare il sangue che viene raccolto in una grossa bacinella posta sotto la sua testa. La vita è come sospesa.  La gente è immobile, ipnotizzata dal sangue che cola. Anche i cani hanno smesso di abbaiare. C’è la neve macchiata di rosso, le urla del maiale, la nebbia bassa, qualche fiocco di neve che è incominciato a cadere e molti corvi su in cielo. Mi dispiace per questa uccisione ma per la famiglia Pascale tutto questo significa avere da mangiare per molti mesi. Ormai il maiale non grida più, il signor Guener gli apre la pancia e tutti i presenti si mettono al lavoro. Si tagliano le orecchie, il muso, si preleva il grasso, la carne, il cuore, le budella, la vescica, le zampe, la cotenna, insomma tutto, proprio tutto, in poco tempo le varie parti del maiale vengono prese, lavate, bollite, o messe in padella o tritate con le erbe e le spezie e poi insaccate. Si fanno salami, prosciutti, mustardele, ciccioli. Ritorno a casa, avverto mamma e i miei fratelli Erica e Alberto e quando è ora andiamo dai Pascale a mangiare. La cucina è affollata: ci sono molti invitati.

Un grande pranzo: le donne servono in tavola, la stufa mantiene un caldo piacevole, il vino è in tavola.  Naturalmente sono bottiglie di Ramie, il  vino della mia valle i cui vitigni sono coltivati in terrazzamenti fino ai mille metri. E’ un vino asprigno come il carattere di noi montanari, ma generoso. E vai con cotechino e patate bollite. E poi le mustardele, cioè insaccati con grasso fuso, parti di lingua, i rognoni, qualche pezzo di polmone tutto tritato e impastato con il sangue appena raccolto, devo confessare che l’insaccato bollito è delizioso. Arriva la carne del maiale, con le patate fritte e i ciccioli, accolta con gioia da tutti noi. C’è in tavola anche del Seiras, formaggio tenuto sotto fieno. E’ proprio una bella festa. Il vino ha scaldato gli animi e si raccontano le storie che sono capitate ultimamente nel paese.  Il pranzo continua con l’arrivo di una forma di toma molto stagionata ma non la mangio perché mi fa schifo vedere uscire dalla pasta del formaggio, appena tagliata, delle larve bianche. E pensare che qualcuno le mangia! Con una forchetta si infilza la larva e poi un pezzo di formaggio e poi giù in bocca a masticare estasiati il boccone. Mia madre, specialista in liquori ha portato un liquore al Kummel molto apprezzato dai grandi e una bottiglia di Genepy per accompagnare una crostata di mirtilli. Siamo invitati anche per il giorno dopo a pranzo perché verranno portate in tavola due prelibatezze: i Batsuà dove le zampe del maiale subiscono una trasformazione gastronomica eccezionale. Si fanno bollire nell’aceto dopo averle disossate e poi vengono tagliate a strisce e impanate. Il secondo è ancora meglio: la signora Pascale che di nome fa Elvina servirà le Grive, polpette avvolte nell’omento del maiale in un impasto che vede carne di maiale un po’ di fegato e polmone, Il tutto fatto friggere in padella sopra il putagè e servito con le immancabili patate fritte. Per formaggio il bruss, toma lasciata a macerare e fermentare a piccoli pezzi con latte e dopo qualche giorno trattata con Genepy per fermare la fermentazione. Formaggio forte. Due giorni di mangiate per gente che lavora dodici ore al giorno e quindi ha bisogno di molte calorie. Il maiale è un dono di Dio e va festeggiato. Usciamo dalla casa e la nebbia è sparita. Il vento ha pulito cielo e c’è un profumo buono di neve che avvolge tutto. Orione è alta in cielo, tutto è immutato come sempre, il mio mondo si prepara ad andare a dormire. Le luci del paese si spengono. Ma si vede chiaramente: la luna e le stelle ci tengono compagnia.

ghigo febbraio 1960                                        Enrico Garrou

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