Stanotte

Stanotte
Stanotte quando tutti i suoni saranno spenti
E le api nell’alveare creeranno sogni per la regina;
si, quando gli adoratori delle tenebre
renderanno il cielo nero per la gioia dei gufi e delle civette,
e solo il bizzarro volare delle farfalle notturne
riempiranno di rumori il mondo,
allora verrò e tu mi accoglierai nel tuo letto.
Con te danzerò una danza guerriera,
I tuoi capelli ondeggeranno come un mare di papaveri
per ipnotizzare il mio desiderio,
i tuoi occhi che hanno nutrito il mare
mi faranno volare in cielo, sarò il cacciatore dei sogni
e lascerò cadere dentro il tuo cuore pazzie multicolori,
voli di farfalle, il blu e il verde delle piume dei pavoni,
ambra d’oro, il canto d’amore dei coralli.
Non ci sarà ne sole, ne luna, ne stelle
quando le mie mani conosceranno la sapienza dell’amore
e il piacere esploderà in sospiri, baci
estasi, latte, per il gioco dei tuoi fianchi
che danzano come api quando trovano i fiori.
Poi una esplosione dolce di gioia
fino a quel singhiozzo d’amore
che è l’infinito piacere del paradiso.
Enrico Garrou (28/10/2015)
Arunas Rutkus
Arunas+Rutkus+2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il caro amico Claudio Marcello Capriolo, appassionato di musica e storia ma sopratutto di montagna come me, (visitate il suo sito: è delizioso:https://clamarcap.wordpress.com/)
mi ha fatto un nuovo dono, per commentare musicalmente la poesia, consigliandomi questo pezzo:
FALLA: Ritual Fire Dance/Leibowitz che trovate su You tube: http://www.youtube.com/watch?v=3GR5dwPvEdY&ft=li

Io sono Ginevra d’Este, la sposa di Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Amo scrivere articoli, (sono nella sezione racconti), su personaggi di grande spessore vissuti nei secoli scorsi, personaggi che hanno avuto una sorte avversa e ne sono stati sopraffatti. La storia non è pietosa con gli sconfitti, ammira solo i vincenti. Ginevra d’Este, pur di nobile lignaggio, ha avuto una vita tormentata, ecco la mia visione molto personale della sua vita:

Ginevra D’este

Io sono Ginevra, figlia del marchese Niccolò D’Este, Signore di Ferrara e desidero raccontarvi la verità sulla mia morte. Non è vero che è stato il mio amato sposo ad uccidermi per amore di un’altra dama, la storia è spesso crudele specialmente con i vinti, questo è quanto è accaduto veramente. Ero ancora bambina, con nella testa i sogni dei bambini, l’ammirazione per i vestiti delle dame, la paura delle armi e di quegli uomini enormi con addosso armature di ferro e nelle mani grandi spade, capaci solo di gridare e di spaventare le creature innocenti, lo stupore per le giostre equestri che ci facevano vedere dalle finestre del castello, con gli stendardi, i cavalli, gli armigeri, le dame, nei loro vestiti più belli, la polvere sollevata dai cavalli, il sangue che arrossava la terra. A quei tempi sapevo sorridere, mi piaceva il gioco, le carezze e i baci della mia mamma, le storie dei menestrelli, quando un giorno purtroppo la mia vita cambiò. Mio padre uccise, accusandola di tradimento, mia madre. Io vidi il sangue, sentii le urla, vidi la morte arrivare e ghermirla, vidi i suoi occhi spegnersi, una smorfia di dolore deturpava il suo bel viso e io gridavo; ma la morte non si ferma la si subisce. Questo ricordo di me bambina, oltre la paura per ogni cosa e una infinita tristezza. Crebbi in mezzo alle dame, hai pettegolezzi, agli amori, ai racconti dei cavalieri, alla morte dei soldati, alle guerre. Chiusa nel castello di mio padre la vita era un qualcosa che si svolgeva fuori dalle stanze dove noi donne passavamo il tempo, in quelle stanze si viveva come sospesi, in un limbo, in una attesa di un qualcosa che doveva avvenire. E un giorno, avevo solo quattordici anni,  il destino cambiò la mia vita.
A corte, ad una festa, mi fu presentato un uomo in armi, si raccontava che fosse un grande condottiero, non era bello ma aveva uno sguardo fiero e affascinante, lo chiamavano il lupo di Rimini, gli uomini lo guardavano con rispetto, le dame avevano sorrisi di ammirazione e si diceva  che era uno dei più audaci condottieri militari. Mi innamorai follemente di quest’uomo. Era Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini, durante il banchetto con me fu gentile, mi raccontò del suo regno lambito dal mare, mi parlò dei pittori che aveva a corte, dei poeti, degli scultori, delle arti, vi confesso non capivo bene le cose che mi diceva ma mi affascinava il suo modo fluente di raccontare e immaginavo questo meraviglioso castello con le pareti delle stanze affrescate con le scene delle battaglie che lui aveva vinto, i volti dei cavalieri, le dame, vedevo come in sogno le statue che mi descriveva e questa città che profumava di mare, di leggenda, mi risuonavano come per incanto le voci dei poeti che avrebbero cantato la mia bellezza, ed io mi sentivo bella accanto a lui, mi sentivo desiderata, si, io l’amavo. Ci sposammo, furono giorni d’amore grande, di grande bellezza, giorni di tornei, di pranzi, di sguardi ammirati delle dame e vogliosi dei cavalieri, ero una principessa amata, la malinconia mi dava tregua, l’ansia si era assopita perché avevo un uomo che sapeva proteggermi, che mi amava. Un giorno sentii nel mio corpo qualcosa che si muoveva, qualcosa che mi accarezzava il pensiero. Si, era un figlio, un figlio mio e del mio amore! Per la prima volta nella vita tutte le nubi furono cancellate. L’ansia sparita, la malinconia volata via con il vento di aprile. Quando nacque lo chiamammo Roberto Novello. Era bello come i putti che il mio pittore preferito ogni tanto disegnava nei cieli che abbellivano le stanze del palazzo. Era l’angelo che ogni donna sognava. Ma la tragedia era in agguato e un giorno rividi la morte, china sul suo lettino, lo accarezzava, mi gettai in ginocchio la supplicai di prendere me ma lei inesorabile con la sua falce gli tagliò il filo della vita. Divenni pazza, mi legarono al letto, persi i sensi una macchia nera scese sui miei occhi, non mi abbandonò più, io non sentivo le parole di consolazione, non mangiavo più. Quando lei arrivò, sorrisi felice, l’aspettavo, non mi faceva più paura, dove mi avrebbe trascinato mi aspettavano la mamma e il mio Roberto. Vedete come gli uomini cambiano la realtà delle cose, non è stato il mio amato sposo ad uccidermi, lui mi amava, sono io che volli morire, la mia tristezza era infinita, non potevo più sopportare il dolore che mi aveva avvolto e mi bruciava il pensiero, la lingua, il cuore. Questa è la verità, tutto il resto fantasia e follia.

Enrico Garrou (10/7/2015)
John Everett Millais

ofelia

Il caro amico Claudio Marcello Capriolo mi ha inviato, e per questo gli sono infinitamente grato, un brano da ascoltare come accompagnamento alla narrazione. E’ un pezzo dolcissimo e delicato eccolo: Gilles Binchois (c1400-1460): Triste plaisir, chanson su testo di Alain Chartier. Claudio non so come ringraziarti per la tua gentilezza.

La passeggiata, ovvero l’eternità dell’amore

Il terzo quadro della mio museo immaginario ha come titolo: “La passeggiata ” (1917-1918). E’ stato dipinto da un pittore che adoro Marc Chagall. E’ un quadro, tra i più celebri dell’artista che esprime al meglio l’immagine della felicità, il pittore per dipingerlo ha pescato a piene mani nel mondo del sogno, della favola e della fantasia. L’artista è a Vitebsk, la città dove è nato e dove vive, in compagnia di Bella moglie e madre della figlia Ida. Marc e Bella sono in aperta campagna, festeggiano. Tutto è perfetto, la loro felicità è perfetta: Bella lievita in aria e Chagall la trattiene con la mano, ma a sua volta sembra sollevato da terra grazie all’amore che lo lega alla donna. E’ un po’ come se i due si muovessero su piani diversi, lui cammina sulla terra, lei è una specie di angelo e si libra nell’aria. Ma è Marc il più sorridente dei due, in mano una colomba, sul volto la gioia. In questa immagine il pittore descrive l’amore che unisce due persone, un amore oltre i limiti della natura, un amore trascendente. Sul prato c’è la classica tovaglia da picnic con una bottiglia di vino e un bicchiere. E’ decorata con fiori, ha un colore rosso complementare al verde del prato. Sullo sfondo si vede la città dalle case in legno; e spicca la chiesa ortodossa con la sua tonalità rosata, molto più delicata rispetto al verde delle case: la sua struttura evanescente ci mostra che ha una funzione diversa, spirituale, rispetto a quella molto più concreta degli altri edifici della città. Un cavallo pascola sui colli più lontani. Un paradiso terrestre dove Marc e Bella sono i nuovi Adamo e Eva. La felicità che aveva preceduto la cacciata sembra adesso ritrovata, in questo attimo il pittore dipinge l’eternità dell’amore. Claudio Marcello Capriolo, appassionato di musica e storia ma sopratutto di montagna come me, (visitate il suo sito è delizioso:https://clamarcap.wordpress.com/) mi ha fatto un nuovo dono, per commentare musicalmente il quadro, consigliandomi questo pezzo di Chabrier: Ginette Doyen: E. Chabrier – Pièces pittoresques – Scherzo- Valse. Ascoltatelo è delizioso. Grazie Claudio, di cuore

Enrico Garrou (11/10/2015)
Marc Chagall
chagall-passeggiata

L’infinita leggerezza del virtuale

Sei vicino a me, intorno a me, nel mio cuore,
ti racconto fiabe antiche che nessuno ha ancora ascoltato,
ti parlo della neve che cade e ogni fiocco è un pensiero
un gioco d’amore, una carezza.
Sono il sognatore che di sera abbraccia la luna
e lascia che la fantasia incontri i tuoi occhi,
perché siamo spirito, astrazioni, la gioia ci unisce.
I nostri piaceri le nostre carezze
hanno la delicatezza dei raggi della luna,
l’eterea bellezza dei colori dei fiori.
Noi siamo l’infinito, la malia, il suono degli astri,
l’amore creato dal caso, l’amore che è necessità.
I nostri sogni sono nel futuro,
non conosco ancora il tuo volto
ma conosco l’allegria gioiosa delle tue labbra, i tuoi seni,
i tuoi fianchi che danzano come ali di farfalla,
il tuo bacio che crea giardini di candide nuvole
dove conservare il sussurro delle nostre voci.
Enrico Garrou (7/10/2015)
Adam Martinakis

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L’amico caro: Claudio Marcello Capriolo con grande gentilezza mi ha consigliato questo brano da sentire con la poesia, eccolo:https://youtu.be/QRjllL-MP0U