Il mio nome è Giacomo Pico da Bardineto. Il traditore.

La stanza è fredda. È il 20 febbraio del 1449 e sto per uccidermi. Si, ho il mio pugnale affilato in mano e mi taglierò la gola. Sono Giacomo Pico capitano dei soldati del marchese Galeotto del Carretto e ho commesso un crimine tremendo. Ho tradito la mia gente e il mio padrone. Ma non è per questo che voglio terminare questa mia vita, mi voglio uccidere per amore di una donna che non sarà mai mia. Ho scritto su una pergamena, che ho lasciato sul tavolo, le profonde motivazioni che mi hanno portato a questo gesto. Leggetele e cercate di perdonare un traditore.
“Sono Giacomo Pico, capitano dei soldati del marchese Galeotto del Carretto. Il mio padrone vive nel bellissimo castello di Govone a Finale, circondato da un borgo e i suoi possedimenti si estendono alle terre di Bardino, Borgio Verezzi, Clavesana, Millesimo, Cosseria, Carcare, terre importanti perché le galere che sbarcano a Finale scaricano merci che vengono inviate all’interno fino al ducato dei Savoia. Sono accusato di aver tradito il mio signore e non posso negare che sia vero ma nessuno si è mai soffermato sulle motivazioni che mi hanno spinto al tradimento. Ascoltate la mia storia prima di condannarmi. Sono nato a Bardineto un paese situato tra i monti alle scaturigini del fiume Bormida. La mia famiglia, la più influente del paese, da sempre è stata fedele al marchesato e mio padre Antonio e la nostra famiglia, sono nel cuore del marchese, tanto che fin dall’infanzia sono stato allevato alla sua corte. Per Galeotto ero più che un vassallo, ero un amico ed ho sempre combattuto al suo fianco. Viviamo in un periodo di guerre contro la repubblica Genovese, il doge Giano Fregoso vuole annettere i nostri territori per espandersi e avere il controllo delle merci che sbarcano nei nostri porti. Battaglie continue, scontri di cavalleria e di fanti con i Genovesi guidati da Pietro Fregoso, grande capitano di ventura e stratega, affiancato da Gerolamo Doria e Andrea Romanengo; noi guidati da Galleotto del Carretto, il sottoscritto e Enrico Calvisio. Un giorno, di ritorno da una ispezione a una fortificazione a Bardineto, il marchese venne assalito da forze nemiche, eravamo solo in dieci ma combattemmo con onore, io stesso uccisi tre di loro salvando la vita al mio Signore. Fui nominato capitano. Ricevetti molte lodi e il marchese mi incaricò delle missioni dove erano necessarie fedeltà e segretezza a tutta prova. Ero felice, una sera di ritorno da una missione a Calvisio mi imbatto in un nobile del marchesato che mi racconta che tal Cascherano conte di Osasco e un suo sgherro sono stati ricevuti al castello per chiedere la mano della figlia di Galeotto. E aggiunse anche che la marchesa Bandina gli aveva confessato: “non abbiamo accettato di darla in sposa al Doge Fregoso in quanto si sarebbe impossessato legalmente dei territori del marchesato e la nostra famiglia sarebbe scomparsa e non abbiamo voluto darla in sposa ad un personaggio potente, ma la faremo sposare ad un nobile dei monti che ha meno sicurezza di nome ma più sicurezza di stato.”
Signori mi sentii mancare. Ma come la bellissima Nicolosina, una bellezza di soli 17 anni, una meraviglia di donna, pensate che vengono da tutti i paesi del marchesato per vederla, donna buona, costumata, una perla, non sarà la mia sposa ma andrà sposa ad un altro. No, non è possibile, sono io colui che lei ama ricambiata, io che l’ho vista crescere, io che lei bambina accoglieva con il sorriso e mi copriva di baci quando arrivavo, io a cui lei chiedeva di giocare, io quello a cui lei scompigliava le chiome. Ero il suo amico più caro, e un bel giorno al mio arrivo lei non mi gettò le braccia al collo, non mi baciò le guance e la fronte, ma mi accolse con fare impacciato e mi disse: ”Buongiorno messere”, ed era tutta rossa in viso e io l’avevo trovata così bella da rimanere folgorato. Mi ero inchinato davanti a lei, che era diventata una donna, e da subito l’avevo amata. Le occasioni di vederla erano molte e durante i banchetti i nostri sguardi si incrociavano lei mi sorrideva, i suoi occhi erano adoranti. In battaglia combattevo per Lei, la mia Nicolosina, non avrei mai permesso che le fosse fatto alcun male. Io l’Amavo teneramente. E adesso questa notizia funesta. No non posso credere a una cosa simile. Lei è mia e di nessun altro. Piuttosto farò cadere in mani nemiche il castello. E così feci. Mandato in missione a Genova mi accordai con il Doge, avrei insegnato ai genovesi come entrare nel castello e loro mi avrebbero permesso di sposare Nicolosina. Tutto era stato concordato. Due giorni prima dell’assalto al castello io caddi in una finta imboscata e fui condotto a Genova. L’attacco al castello di Bogone fu condotto dal più valoroso dei capitani di ventura di Genova: Giovanni dalle Trecce a capo di 60 mercenari e grazie alle mie indicazioni, riuscì ad occuparlo ma rimase imprigionato all’interno dalle forze del marchesato che lo assediarono. Non sto a raccontarvi le vicissitudini che seguirono ma il marchese riuscì a fuggire e la mia amata fu alla fine liberata ed andò in sposa al conte di Osasco. Tutto il mio piano era fallito. Avevo perso l’onore e l’amore le due cose per cui valeva vivere. Questa è la verità, adesso per amore mi uccido.
Torino 8/7/2014 Enrico Garrou

Giacomo Pico è un personaggio minore del nostro passato. Viene citato in una indicazione turistica in Final Borgo, paese della liguria, come il traditore che nel 1449 permise ai Genovesi di conquistare il castello di Govone dei marchesi del Carretto. Il castello per l’epoca era considerato imprendibile. Ho voluto parzialmente riabilitarlo per questa sua storia d’amore con la figlia del Marchese Galeotto del Carretto. La fonte più autorevole  sulla guerra tra i Genovesi e i Finalesi è “Una guerra del Quattrocento” di Antonino Ronco, storico, giornalista e professore universitario di storia moderna all’università di Genova.

002 - Castel Gavone lato destro

 

 

 

9 pensieri su “Il mio nome è Giacomo Pico da Bardineto. Il traditore.

  1. Come immaginerai, non conoscevo questi personaggi, ora grazie a te, alla tua poetica visione della storia, ho acquistato un pezzo di conoscenza. E’ bello questo tuo rivalutare l’anima dei personaggi che in qualche modo hanno sbagliato. Amore e onore….un legame forte per i cavalieri di un tempo. Ma l’amore…domina i secoli.
    Bellissima.

    • Cara Fulvialuna,
      ti chiedo scusa ma per un problema tecnico non ti è giunta la mia risposta. Provvedo adesso prima ringraziandoTi per i tuoi complimenti che apprezzo moltissimo, in secondo luogo mi rendo conto che per mancanza di notizie storiche ho dovuto dilatare forse troppo il racconto. Sono stato prolisso ma non potevo fare diversamente. Ci tenevo però dare una mia interpretazione sia sul tradimento che alla storia d’amore di Giacomo e Nicolosina. Un abbraccio

  2. E’ un’incredibile storia d’amore d’altri tempi,tenerissima, intensa ,tanto intensa che porta il protagonista alla follia.Forse un tempo, storie del genere erano più numerose di quanto noi possiamo pensare , e a rendere affascinanti queste cronache passate c’è sempre un’alone di mistero ,di leggenda, che affascinano e catturano il lettore. Viene il desiderio di sapere di più di questi innamorati, soprattutto quale grande e meraviglioso amore avrebbero potuto vivere se i loro destini non fossero stati così avversi. Davvero un bel racconto Enrico.

    • Cara Dani, sono felice per il tuo pensiero e per le bellissime parole che mi doni. Ho voluto parzialmente rivalutare la memoria di questo uomo che folle d’amore ha tradito i suoi ideali. Sono sicuro che se Nicolosina fosse andata in sposa a Giacomo la storia del Finalese sarebbe in parte cambiata e i due innamorati avrebbero vissuto una grande storia d’amore.Un abbraccio

  3. Complimenti per il racconto, io sono di Calvisio e ho letto il Bellum Finariense, ma non avevo nozioni a proposito del traditore di Castel Gavone.
    Mi piacerebbe se scrivesse qualcosa anche sulla leggenda della TOrre di Belenda, Altra tragica storia Finalese…

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