Fiaba

C’era una volta un sognatore che si innamorò perdutamente di una donna bellissima che aveva incontrato in uno dei suoi mille sogni. L’incontro era avvenuto sulle rive di un lago circondato da montagne ricoperte di neve e con due paesi collegati da un ponte coperto. Lei era vestita di bianco e dava da mangiare a dei cigni e dopo averlo salutato e gli aveva chiesto se anche a lui piacevano gli animali. “Ma certo, disse l’uomo, amo follemente i cigni” e lei gli diede del pane da gettare a quei bellissimi volatili. Presero a parlare piacevolmente della neve sulle montagne, che contrastava con il verde del prato e il blu dell’acqua del lago, ma ecco che improvvisamente emerse, circondato da spruzzi d’acqua, un uomo nudo, alto, molto bello ma spettrale che prese a gridare e a gesticolare mentre si avvicinava alla riva e tutti i cigni volarono via. L’uomo sempre borbottando si rituffò nel lago e scomparve alla vista dei due. La donna sembrava molto turbata e spaventata e il sognatore allora la prese per mano, la tranquillizzò e la accompagnò sul ponte dove ripresero a chiaccherare; lei parlava dell’amore per i candidi cigni e lui la ascoltava rapito. Ad un certo punto la donna gli mise le mani sulle guance e gli diede un bacio. L’uomo era felice la abbracciò e si misero a ballare facendo scricchiolare le assi del ponte. Dopo il ballo però, lei divenne leggera e il suo corpo prese a svanire fino a sparire. L’uomo pianse disperato e si svegliò coperto di sudore. La sera dopo cercò di ripetere il sogno si ritrovò sul prato dove erano spuntate piccole margherite bianche, delle viole, i cigni e il lago, ma lei non c’era. La cosa si ripetè per diverse notti e il sognatore era sempre più disperato ma una notte le apparve di schiena, vide i suoi capelli neri e il suo cuore prese a battere più forte. “Ciao, Ti ricordi di me?” chiese l’uomo. “Si mi ricordo benissimo di Te ma noi due non dobbiamo più incontrarci” disse la donna. “Perché” chiese con tristezza il sognatore. “Sai” disse la donna “l’uomo che esce dal lago è un mio spasimante, morto per conquistarmi e adesso mi tiene imprigionata in questo mondo”. Ma è una storia triste e non voglio annoiarti. L’uomo La supplicò di raccontargli tutto e lei senza guardarlo negli occhi parlò: “Anni fa, mio padre, Signore di questi luoghi, voleva assolutamente che mi sposassi ma io dicevo sempre di no a tutti i cavalieri che mi venivano presentati. Un giorno sfinita per le sue insistenze gli dissi, sapendo che era una cosa impossibile, che avrei sposato colui che fosse riuscito, cavalcando un montone, ad attraversare il lago da una sponda all’altra. Mio padre fece emettere subito il bando dove c’era scritto che colui che avesse attraversato il lago sulla groppa di un montone avrebbe ricevuto come premio la mano di sua figlia. Il giorno della sfida, fin dal primo mattino, un folla enorme si era riversata sulle rive del lago. E naturalmente c’erano i poeti, giocolieri, i cantori che cantavano storie d’amore, i narratori di prodigi, i saltimbanchi gli affabulatori, i falconieri, i ladri, gli imbonitori i maghi. I nobili dei due paesi presero posto su una tribuna in legno, e poi arrivarono e vennero presentati tra le grida di gioia del pubblico, i pretendenti: principi, baroni, nobili e anche qualche signorotto del posto e la gara ebbe inizio”.  La donna continuò “Come puoi immaginare cavalcare un montone è una cosa difficilissima, pensa fargli attraversare un lago con in groppa un uomo. Molti, fatti pochi metri, caddero disarcionati nelle acque fredde del lago e furono tratti a riva tutti intirizziti, qualcuno riuscì a percorrere più metri ma alla fine il freddo faceva barcollare il montone e il cavaliere scivolava in acqua mettendo fine alla sua tenzone”.  La donna abbassò il tono della voce “Per ultimo, annunciato da un corvo, arrivò un signore giovane, alto, bello, vestito con giacca e pantaloni di velluto nero, capelli neri, ti confesso che sul momento fui colpita dalla sua bellezza, dal suo incedere, dalla sua sicurezza, anche se era silenzioso e un po’ sinistro, nella destra una corda al cui capo era legato un montone grandissimo, dal vello immacolato e folto, che accettò la sfida lanciata da mio padre. Il montone si mantenne calmo quando il cavaliere lo montò e assieme si avviarono nelle acque del lago. L’entrata in acqua fu lenta e sicura, e il montone prese a nuotare con forza senza scrolloni, guidato magistralmente dal giovane signore. La gente incitava a gran voce, e le donne gridavano perché già innamorate di quel signore. A metà lago la gente era ipnotizzata dall’incedere sicuro del montone e la folla ne era estasiata. Insomma riuscì a raggiungere la riva e fu portato in trionfo fin da mio padre che lo dichiarò vincitore. Il fato mi aveva dato uno sposo. Non sapevo chi era: se era un dolce compagno, se era un tenero amante o un cattivo e violento padrone, ma così aveva voluto il destino. Aveva un difetto però che divenne evidente ai miei occhi quando, vantandosi davanti alle dame, disse che avrebbe ripetuto la prova. Le urla raggiunsero il cielo, i nobili gridarono che non avevano mai visto uomo più coraggioso i preti gridarono al miracolo, le donne piansero al pensiero che qualcosa poteva succedere al loro eroe. Il cavaliere e il montone si lanciarono nelle acque, avviluppati dal calore del popolo. Non ti sto a raccontare cosa pensai della follia di quel uomo e infatti a metà esatta del lago, come un segno del destino, il freddo bloccò le agili ma ormai stanche zampe del montone facendolo inabissare lentamente tra le acque del lago, trascinando nella morte anche il mio futuro sposo. Il silenzio cadde di colpo e si riuscì a percepire solo alcune parole del giovane: “Principessa tu sei mia e di nessun altro!”.  Era vero, forse lui era un mago, perchè un sortilegio grandissimo cadde sul mio bellissimo paese, la gente scomparve così come  la mia famiglia, i nobili, i poeti, le dame, le donne del popolo, i bambini, gli infermi, tutti. Rimasi sola qui sulle rive di questo lago. E da molti anni che sono quaggiù , ogni tanto mi viene a trovare qualcuno capace di sognare, ma fugge subito spaventato dall’uomo del lago. Se porgi lo sguardo vedrai una macchia bianca sul fondo: è lui e il montone, monumento alla sua follia”. Rimasi senza parole, i miei occhi si riempirono di lacrime perché non sapevo come liberare dall’incantesimo la mia dama. Gli raccontai del mio amore per lei, del mio volere liberarla, a costo della mia vita, da quel sortilegio. Lei allora fissandomi con i suoi dolcissimi occhi disse: “sai perché non volevo sposare nessuno? Perché ti aspettavo. Non sapevo se avrei incontrato un uomo alto o piccolo, bello o brutto, ma sapevo che saresti arrivato magari dopo un giorno o dopo mille anni, sapevo che le tue parole sarebbero state per me miele, sentivo le tue labbra morbide come genziane sulle mie, le tue mani farfalle sul mio viso, sul mio corpo, sul mio domani. Assieme ci saremmo scambiati desideri, profezie, racconti, incantesimi d’amore, cose tristi e cose allegre, insomma noi ci saremmo scambiati emozioni. Ma se tu mi vuoi devi vincere l’uomo del lago, sfidarlo ma è un’impresa impossibile come andare da una sponda all’altra del lago per due volte cavalcando un montone.” L’uomo era affranto ma percepì che la sua vita non avrebbe più avuto uno scopo senza la bellissima dama e allora si alzò in piedi si avvicinò al lago e dalla riva prese a sfidare il rivale. Il sognatore gridava fortissimo ma tutto taceva. All’improvviso un fulmine solcò il cielo, le acque crearono un vortice, davanti all’uomo si spalancò un pozzo profondo e Lui si ritrovò a volare dentro a quel buco senza fine. Scese fino ai confini della sua immaginazione e si ritrovò in un prato illuminato da un pallido cielo: un ragno enorme, crudele nel suo velluto di morte, lo assalì. Il sognatore prese a combattere: la paura stringeva il suo cuore, ormai il mostro era sopra di lui, ma il suo grido silenzioso fu ascoltato. Nelle mani stringeva una lancia argentata e il mostro fu ucciso. Ma ecco apparire l’uomo con le sembianze del toro. Il sognatore combattè contro i ricordi, contro le ossessioni, uccise i colori negativi, si avviluppò in quelli positivi, pianse, gridò e finalmente l’uomo scomparve. Il rosario del tempo fu sgranato mille volte ma alla fine il sognatore riprese a salire verso la superficie del lago. Il rivale era stato sconfitto. Uscì dall’acqua, abbracciò la donna, si sdraiò sul prato e si addormentò stremato. Quando riaprì gli occhi era nel suo letto e la sua mano sfiorò il corpo che riposava accanto a lui e capì che sarebbe stato per sempre felice.

Torino 4 marzo 2014

Ho scritto questa fiaba riallacciandomi alle storie che si tramandavano a Ghigo di Prali, in modo particolare a quella che narra la storia del perchè in un lago (Noi lo chiamiamo lago dell’uomo) si intravede sotto la superfice dell’acqua una massa biancaCigni (2)

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