Notti veneziane

La luna piena di Ferragosto che luccica sul bacino di San Marco facendo un po’ a gara con le luci degli ormeggi delle gondole, i due gondolieri seduti sulla panchina che parlano fra loro sorseggiando una birra, aspettando clienti nella sera tiepida. E poi quell’altro mare, quello ondeggiante dei turisti che riempiono le rive ed i ponti, che si bevono la poesia di San Giorgio illuminata, proprio li di fronte, che tentano improbabili foto notturne alla luna col flash delle fotocamere compatte, forse ipnotizzati dalla musica che arriva dai locali della piazza. Musica sobria, per carità, rigorosamente “evergreen”, suonata da orchestrine molto, molto distinte, all’altezza di locali da 50 euro per un caffè o giù di li. Ci sono anche i ragazzi di Prévert, quelli che si amano, quelli che “si baciano in piedi contro le porte della notte”.

2 - Plenilunio 1 9 - I gondolieri 2 15 - San Giorgio 1 21 - Orchestrina 4 28 - I ragazzi che si amano

E’ perfetto! (o “?”) Mah! Indubbiamente suggestivo, ma chissà perché mi sembra solo una scenografia ben concepita: manca il silenzio, manca la magia; è come se mancasse l’essenza stessa, quella misteriosa, di questa Venezia. Quell’essenza della quale solo un pallido riflesso appare negli occhi vuoti delle maschere “veneziane”, ma rigorosamente d’importazione, esposte a decine sulle bancarelle di souvenir.

Già va meglio fra i ragazzi di Santa Margherita che ci siedono intorno sui bassi scalini e con cui passiamo parte della notte ridendo, mentre impazza un fasullo carnevale fuori stagione, scambiando storie e memorie, assaporando gioia e spensieratezza.

35 - Scegliendo la maschera 2 84 - Bassi scalini 73 - Carnevale fuori stagione 1 93 - Il cancello della notte 108 - Rules for a different reality

Quanto sono belli con la loro gioventù, quanto sono scintillanti quegli occhi ancora curiosi e avidi di sogni! Magia è la sintonia che si crea fra loro, ancora giovani fuori e noi che – un po’ meno veloci a rialzarci dal basso scalino – riusciamo con loro a guardare al domani, parlando lingue sconosciute e non scritte, strutturate in una sintassi di entusiasmi, turbamenti e speranze. Riconoscono, sanno comprendere e sanno farsi comprendere quando sentono (e fanno sentire) che il cuore non ha l’artrosi, che l’animo ancora anela al Mistero.

Ma è camminando di notte, lungo canali silenziosi, lungo calli sconosciute al flusso turistico, dove si affacciano cancelli messi li a separare non un luogo, ma il tempo, che si inizia a sentire la magia di Venezia. So che è oltre l’orlo di queste notti che geni alati scrivono le regole per realtà differenti.

115 - Virus x life 4 24 - Guarda che luna 1 111 - Zombie 83 - La botte è piccola per noi.... 32 - Maschera

Mentre un gigante nudo cammina verso un’iride gigantesca che sembra volerlo divorare, una coppia segna a dito la luna. Lo zombie dinoccolato che sta camminando davanti a me si disarticola la cervicale e intanto due ragazze sedute sull’orlo di una botte finiscono la loro consumazione.

97 - Venetian style 2 44 - Il dottore della peste 98 - Ingresso sul Canal grande 100 - Casanova Hotel 109 - A Venezia è sempre carnevale!

Quando incontro le maschere, quelle vere – quelle che sono vere solo di notte – non hanno più gli occhi vuoti: attraverso quelle fessure viene incontro il fruscio dei costumi delle dame immerse in un quasi perpetuo carnevale, che è riuscito a scacciare i fantasmi degli appestati negli angoli più remoti della laguna e a trasformare in maschera irrisoria anche il “Dottore della peste”.

Dalle ampie finestre del palazzo aperte sul canale e sul campo antistante giunge soffuso l’eco di un minuetto che si mescola con la risata argentina della ragazza del popolo intenta ad amoreggiare nel basso di fronte (altra magia veneziana la convivenza da sempre fianco a fianco di nobili e popolani).

Ed è camminando in questa ipnosi atemporale che arrivo di fronte al palazzo della “zarina”, che vidi uscire scortata dai suoi bodyguards in una gelida notte di dicembre, per imbarcarsi sul motoscafo che subito scomparve nella nebbia del canale.

L’avevo incontrata quella mattina, ferma accanto a un gruppo di turisti russi.

Come descrivere la bellezza assoluta? Statuaria, fasciata in un corto tubino nero, gli stivali al ginocchio, un semplice giubbotto di pelliccia corto in vita, i capelli incredibilmente biondi raccolti in una treccia avvolta attorno al capo.

Non era una turista: dopo aver scambiato sottovoce una parola con la guida del gruppo si allontanò seguita da due uomini-armadio dai capelli a spazzola, ognuno con un piccolo auricolare appena visibile. Incrociammo lo sguardo per pochi attimi: io, avvezzo da inveterata abitudine a non cedere mai allo sguardo altrui distogliendo per primo il mio, quella volta traballai. Fissando i suoi occhi mi sovvenne la riflessione che secoli or sono fece il saggio taoista, e cioè se l’azzurro fosse il vero colore del cielo o fosse solo il riflesso di una distanza infinita.

Poi, per fortuna, fu lei che dovette svoltare l’angolo e guardare altrove.

106 - Have you ever seen the rain Momenti veneziani 44 - Sola  Momenti veneziani 65 - La telefonata La partenza del Royal Clipper (22) Momenti veneziani 66 - Folla a San Marco

A quell’angolo adesso è seduta una ragazza che beve una bibita dietetica nella luce calda del tardo pomeriggio. Una copia telefona col cellulare. Un gruppo di turisti segnano a dito i monumenti mentre passa un veliero. Si, proprio un veliero d’altri tempi che si appresta a spiegare la vele. Alcuni lo seguono in silenzio, come rapiti; altri neppure se ne accorgono. Scorgo Corto Maltese che guarda verso il mare dalla vetrina di una libreria: ha gli occhi lucidi.

E’ sera. Esco dal Museo della Musica in Campo San Maurizio e mi infilo nel bar li vicino. Di fronte a me, dall’altro lato del campo una Afrodite nuda e luminosa indossa solo una collana, mentre guarda il mondo imprigionata dall’inferriata del negozio. Passano alcuni ragazzi infreddoliti: uno ha la custodia di un violino. Si sta alzando la foschia, striscia fra le calli, si allarga nel campo fino ad accarezzare la vetrina. Mi par di sentirla mormorare arcane promesse struggenti.

99 - Violini 118 - Afrodite prigioniera 56 - Rialto 52 - Campo Santo Stefano 2 47 - Chiesa delle Salute

– Ecco che esce “la zarina”, ci sono i gorilla ad aspettarla – stavano commentando i due avventori veneziani del bar di fronte all’ingresso del palazzo.

E dai loro pettegolezzi seppi che era arrivata a Venezia comprandosi un palazzo che ora stava facendo ristrutturare, da un paio d’anni andava e veniva comparendo e scomparendo senza una apparente regolarità, ma sempre scortata dai gorilla e si diceva che fosse di origine russa, più probabilmente di una delle repubbliche baltiche, ma non si sapeva se ciò fosse del tutto vero.

– Quello con la giacca nera – dicevano – è quello dell’altra volta, ma quello che è andato a prendere il motoscafo è nuovo -.

E mentre ronzavano i pettegolezzi alla mie spalle e con la tazzina di caffè in mano guardavo la piazzetta da dietro la vetrina del bar, ancora incrociai il suo algido sguardo turchese. Questa volta durò a lungo, molto più a lungo: dal centro del campo, dove dormono da secoli i leoni di San Marco scolpiti nella pietra dell’antico pozzo, al momento in cui dovette inevitabilmente distoglierlo per salire sul motoscafo.

Anche questa volta ce l’avevo fatta… ma il caffè si era bevuto da solo, evaporato dalla tazzina e stranamente non ne percepivo neppure l’aroma sul palato.

Allora, passeggero della notte, uscii a vagare fra la nebbia.

Ed ora qui, seduto sudato in questa torrida, tuttavia limpidissima, notte d’agosto, rivedo la nebbia del canale – di questo canale fra i tantissimi di questa città – e questo ponte – proprio questo – che ci svelò, attraversandolo, gli orizzonti che solo la nebbia può svelare: quella nebbia delle notti d’inverno dalla quale anche i più grossi battelli si materializzano d’improvviso, sfilano silenziosi per un attimo, come apparizioni da altre dimensioni, per tornare subito a scomparire nell’ovattato nulla.

90 - Per gondole sole 86 - Osteria del carmine 1 91 - Lucebuio 119 - Wind blows me away in a glow 120 - Buonanotte Venezia

La notte.

La notte gelida e struggente.

Un alito di vento dirada la nebbia proprio mentre lei esce dall’ombra del sottoportico e si blocca di fronte a me. Una scintilla di irritazione nello sguardo che sfuma in un’ombra di sorpresa e che subito si stempera in un profondo riflesso più blu della notte.

I canali e la calli deserte attorno alla Fenice, poche le parole perché altre intese le superano e le rendono inutili.

Nata sotto la magica luce dell’aurora boreale, lei è del tutto indifferente al gelo della notte dicembrina e permette alla bruma di avvolgerla, di accarezzarle la pelle, senza un brivido.

Tenendoci per mano ci avviamo sul ponte.

Quando il vento ci sbatte in faccia la nebbia e tutto si dissolve come in un bagliore, porta anche l’arcana melodia, appena appena percepibile, non con l’udito, ma con l’istinto.

La magia è là, reale ed impalpabile: appena qualche passo oltre il buio.

Buonanotte labirinto di sogni, buonanotte Venezia.

Federico Masnari

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